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Sulla musica che si dice non piaccia. |
© enziotempo 11 gennaio 2011
(in risposta a “Per chi suona la musica colta”, laRepubblica, 8
gennaio 2011)
Alex Ross lo conosciamo e non ci
stupisce più (il suo tomone “Il Resto è Rumore” va sicuramente
letto ma i contenuti presi con molta cautela). Baricco lo
conosciamo dai tempi delle “mucche del Wisconsin” e anche per
questo temiamo ogni sua nuova uscita in ambito musicale. Andando
subito al sodo il mio parere è che si sia entrati nel loop della
sterile teorizzazione “pro/contemporanea” (e talvolta neanche
tanto “pro”). A margine dei due interventi usciti su la Repubblica,
l'8 gennaio scorso, ci si chiede a cosa serva riempire tre pagine
di un giornale tediandoci ancora con questa tesi che vorrebbe il
pubblico contemporaneo disinteressato alla musica del proprio
tempo. E poi, quale pubblico? Io sono parte del pubblico e come
altri ho spesso faticato a trovare un posto ben posizionato ai
concerti di Polini, dove, con buona pace di Baricco, uno dei più
grandi pianisti viventi, da anni ci propone volutamente la musica
di Stockhausen, Nono, Maderna affiancata a quella di Beethoven,
Schumann, Chopin, Brahms: si chiama Progetto Pollini. D'altro
canto Salvatore Sciarrino, altra personalità di assoluto spicco
del mondo della musica contemporanea internazionale (peraltro
totalmente ignorato nel citato tomone di Alex Ross), viene spesso
presentato in concerto accompagnato da note mozartiane. E poi,
storicamente, è noto quanto Nono, Maderna, Berio abbiano
coltivato un legame col passato, spiegato negli anni sia a
parole, scritti e conferenze che attraverso le stesse loro
composizioni (basti pensare a Sinfonia di Berio). Ma ora arriva
Baricco che a sua volta ci spiega che così non va, e che la
“musica nuova” deve essere collocata (eseguita) lontano da
quella vecchia, perché altrimenti fa male al pubblico. Peraltro
il Baricco elude dal suo intervento la storica realtà dei
Festival di Musica Contemporanea, dove la composizione dei
programmi è al 95% fatta di “musica nuova” e, specie all'estero,
di molta musica in prima esecuzione assoluta. Ma facciamo
qualche esempio nostrano: ai concerti di MITO Settembre Musica
di quest'anno, quello appena trascorso, ho visto parecchia gente
affollare le sale per assistere a programmi esclusivi dedicati a
Rihm e Lachenmann. Stesso discorso per Dufourt a Milano Musica:
trovare un posto in platea alla Scala la sera della Prima di
Milano Musica è impresa disperata (passando dalla
biglietteria intendo...); anni fa faticai, settimane prima, a
trovare un posto nei palchi per un concerto con opere di Boulez;
stessa situazione al Teatro Strehler per Sur Incises 10
anni fa e, alcuni mesi fa, per Cassandre di Jarrell (solo
posti in galleria). I maligni diranno che a 20euro (costo del
biglietto di Milano Musica) alla Scala si va anche solo per
togliersi lo sfizio di poggiare le chiappe sul velluto rosso.
Può darsi, ma d'altronde l'atteggiamento non sarebbe affatto
diverso dai molti vizi di frequentazione di tanto pubblico che
affolla le mostre d'arte, e che il buon Alex Ross, da anni
ormai, ci sottopone come enigmi della fruizione di massa
dell'arte contemporanea, che la musica, ci spiega, non è ancora
riuscita a emulare (e messa così non so manco se sia un
male...). In ogni caso ricordo che il 4 novembre del 2000, per il
Prometeo di Nono, sempre a Milano, di posti vuoti non ce n'era
manco uno, e si stava dentro una location post-industriale nei
pressi dell'aeroporto di Linate, seduti su seggiole di plastica
e metallo. Ancora prima, nel 1996, trovai solo un posticino in
piedi, al Teatro Valli di Reggio Emilia, per Abbado e la Mahler
Jugendorchester con Schönberg, Mahler, Nono, Schönberg (op. 13 e
46, Adagio dalla decima sinfonia, Caminantes... Ayacucho, Lied
der Waldtaube): concerto strepitoso che ci fa intendere certa
leggerezza degli interventi di Baricco e Ross. Voglio dire, un
pubblico per la cosiddetta “musica contemporanea” c'è e c'è
sempre stato; così come ci sono i pubblici del rock e quelli del
jazz; così come c'è sempre stato un pubblico per il Sacre e ce
n'è già stato, e sempre ci sarà, uno per Licht. Quel che manca è
la frequenza di proposte sul contemporaneo da parte di teatri e
associazioni concertistiche, e questo perché manca, da parte
degli addetti ai lavori (interpreti compresi), la convinzione che
la musica scritta dal 1950 in poi sia spesso (certo non sempre,
sarebbe idiota pensarlo) musica di assoluto valore artistico
(Stockhausen non vale meno di Wagner, così come il Requiem di
Ligeti vale quanto quello di Verdi o Mozart). Come sostiene da
sempre lo stesso Boulez, se non si ha il coraggio delle proposte
non si convincerà mai nessuno del valore della musica d'oggi.
Dunque manca una volontà della programmazione, perché,
diciamocelo, il timore che
Messiaen, Xenakis o Grisey non piacciano è pura proiezione
psichica che riversiamo sul pubblico, cioè sull'altro (che manco
conosciamo), una proiezione funzionale ad alleggerire le nostre
miserie e ottusità intellettuali. Al contempo ci si sente poi
obbligati a inserire un pezzo di musica d'oggi solo per dovere, ma
così facendo si uccide lo spazio creativo necessario per operare
col nuovo; e a lungo andare l'intelligenza della programmazione
viene meno, compresa quella dei singoli programmi di concerto:
pezzi assemblati senza un minimo di coerenza storica e critica
fanno male alla musica, ancorché al pubblico. Certo! Ma Baricco
dovrebbe sapere che questo vale anche per qualsiasi repertorio esclusivo,
classico, antico, moderno, contemporaneo. E vale anche per la
nostra televisione (RAI5) che usa la musica classica come
riempitivo delle ore di prima mattina (sei e trenta per
intenderci); e per tacere della storica Radio3 ormai votata
all'intrattenimento e al chiacchiericcio più che all'attenzione
critica per la musica, specie appunto quella nuova e nuovissima.
Non è allora un problema di palinsesti classico/contemporanei
(Baricco) o di esaltazione del passato a discapito del presente
(Ross), ma di mancanza di coraggio e assenza di intelligenza
musicale da parte di chi ha nelle proprie mani il potere ed il
dovere di proporre tutta la musica, tutto l'anno, attraverso tutti
i canali possibili. Non è un problema di pubblico ma di addetti ai
lavori (critici e musicologi compresi). Un problema di
annullamento della coscienza critica, storica e culturale. Non si
tratta di fare marketing ma di fare cultura. E non è la stessa
cosa, pare necessario ricordare. Come scrissi già anni fa sul web:
compositori e pubblico sono sani e ricettivi, il problema semmai
sta nel mezzo.
EnzioTempo, 11 gennaio 2011
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