|
Il balletto di Roland Petit nasce nel
1972, ed è noto tra i fans dei Pink Floyd (e immagino tra quelli di
Petit) grazie ad un dvd (non ufficiale) che da tempo circola
liberamente (gratuitamente) nei vari circuiti web; il dvd contiene
un filmato televisivo d'epoca (Ant2F) con circa 38 minuti del
balletto originale, più alcuni altri documenti di notevole interesse
storico. Questi filmati sono oggi facilmente reperibili anche su
youtube e googlevideo. Quanto è andato in prima alla Scala ieri sera
è invece una versione più estesa del Pink Floyd Ballet (PFB).
In breve, sono stati aggiunti, come apertura di serata, una serie di
brani tratti dal repertorio più tardo dei Pink Floyd (PF) — in
particolare da The Wall (1979) — il cui scopo, diciamocelo in
tutta sincerità, è quello di rimpolpare la scaletta originale,
probabilmente ritenuta troppo misera, nonché difficile, nell'ottica
ideologica di oggi, da abbinare (come di fatto succedeva nel 1972) a
qualche altra opera coreografica. In sostanza si deduce siano state
fatte aggiunte per allestire una serata di danza a tema,
sufficientemente allettante (già sperimentata in anni recenti
all'estero), per un'idea di pubblico che nella durata dello
spettacolo intravveda anche la qualità del prodotto che paga (circa
90 minuti nel nostro caso, senza intervalli, con un bis e applausi).
Dunque la prima parte dello spettacolo ci consegna proprio questa
sensazione di “pezzi appiccicati”, dove né coreografia né musiche
legano bene con i brani della performance storica.
La faccenda si spiega in questi
termini. L'opera dei PF, grossomodo dal 1973 in poi, subisce un
forte cambiamento per natura e concezione compositiva; genericamente
si dice che c'è stata una “virata pop” (leggi musica rock più
commerciale), il che ovviamente non è vero, ma nemmeno sbagliato in
assoluto. Diciamo piuttosto che ad un certo punto del percorso
evolutivo del gruppo si perde quella tendenza alla libera
sperimentazione psichedelica lasciando spazio ad una ricerca, per
certi versi altrettanto interessante, ma dall'estetica più definita
e controllata, quindi più facilmente “capitalizzabile”. In altre
parole, con questo nuovo percorso creativo, il sistema produttivo e
commerciale del mondo della «pop music» diventa una minaccia reale
per la creatività dei PF. Il problema è spinoso, investe una
moltitudine di gruppi e artisti rock di quel tempo, e non può certo
essere affrontato qui. Ricordiamoci però che in un album come
Animals (1977) sono ancora presenti molti aspetti
creativo-psichedelici (“tardo psichedelici” se si preferisce), tali
da poter essere messi in relazione ad analoghe caratteristiche
poetiche presenti in un opera come Meddle (1971). Da questo
precedente lavoro sono infatti tratte la storica apertura del PFB —
movimento delle cosce dei ballerini accovacciati a posizione di
rana, sul pulsare ritmico di One of These Days — e il lungo
brano Echoes; queste, non a caso, sono ancora oggi le due
sezioni portanti del balletto psichedelico di Petit. Ora, che
c'entrino i quattro brani tratti da The Wall con questi
capolavori floydiani dei primi anni Settanta, siamo certi non ce lo
saprebbe spiegare neppure il coreografo in persona. E non c'entra
nulla con l'essenza psichedelica del PFB neppure la celeberrima
Money (1973). Non a caso, queste varianti, insieme ad un altro
paio che si inseriscono attualmente nel blocco storico (seconda
parte dell'attuale sequenza di brani), risalgono al 1991 e al 2004,
ossia sono state concepite per le rispettive “prime” (“riprese” del
PFB) di Marseille Vieux Port e Tokyo. Mentre la prima del 1972
metteva in sequenza One of These Days (1971), Careful With
That Axe, Eugene (1968/72), un paio di brani (minori) tratti da
Obscured by Clouds (1972) e la fondamentale Echoes
(1971). Il problema della non fusione del vecchio repertorio con
quello nuovo si percepisce immediatamente alla visione della
performance coreografica, poiché questa ne risente in maniera
decisiva proprio sulla base della nostra percezione
musica-movimento-significato. Lo stile classico/moderno di Roland
Petit è perfetto per la sequenza storico-psichedelica, ma mal
s'adatta alla sequenza di brani tratti da The Wall, e questo
non perché The Wall sia opera minore, ma perché i brani del
notissimo doppio album, estratti dal tutto, perdono di senso ed
efficacia musicale e immaginifica, riducendosi a momenti “pop” di
scarso interesse. In altre parole queste aggiunte sottolineano
spiacevolmente (in questo contesto s'intende!) un sapore pop/rock
che per natura concettuale si oppone in maniera conflittuale (e
irrisolta) allo stile progressivo/psichedelico dei primi PF, dunque
al PFB stesso. La coreografia classico/modernista originale
attingeva sia al balletto classico che al Béjart del Sacre du
Printemps, aggiungendo di suo un tocco di genialità
psichedelica, che probabilmente Petit assorbì d'istinto in quei
primi anni Settanta. In altre parole c'era il seme per andare oltre
il Sacre. Mentre uno stile pop/rock richiede, al contrario,
una coreografia alla Michael Jackson, che sulla “non profondità”
della ricerca musicale (sempre in senso non assolutistico) volerà
come potrebbe volare un folletto extraterrestre, producendo quindi
illusioni estetizzanti ma stupefacenti (a tratti si percepisce, da
parte di Petit, un tentativo di imitazione di un modello del genere,
in particolare su Run Like Hell,
ultimo inserto aggiunto). Il conflitto tra poetiche
differenti è percepibile anche nei due numeri di danza tratti da
The Dark Side of the Moon (1973): Money
sembra proprio il brano meno adatto per costruirci sopra una
coreografia stile Petit/Floyd; mentre la stupenda The
Great Gig in the Sky non trova
alcun riscontro di significato interiore, ossia intrinseco alla
musica, nell'interpretazione coreografica. Questo è ciò che stupisce
maggiormente, ossia l'incapacità di trasferire nell'immagine
coreografica il significato di quel lungo vocalizzo in stile
blues-nero-femminile; una performance vocale che ha contribuito a
rendere immortale questa fase creativa dei PF. Tanto il giovane
Petit entra in sintonia perfetta con la musica floydiana di
Meddle, tanto qui abusa di
Dark Side come
sottofondo coloristico. Ed è un vero peccato perché Gig
poteva fungere da collegamento efficace col repertorio psichedelico
preesistente. In sostanza Petit colloca sulla musica di questo brano
un tradizionalissimo pezzo a due, dove la coppia, lui/lei, si
dichiara sereno amore. Al contrario la musica ha un'anima nera,
disperata, per di più femminile. Una voce che prima chiede con
grande energia, spingendosi fino ai limiti del virtuosismo vocale,
per poi spegnersi, via via allontanandosi da una richiesta
evidentemente non esaudibile (il blues è un lamento, e i PF amavano
il blues in minore!).
Ci piace allora immaginare quale
effetto spettacolare avrebbero avuto, nel contesto del PFB storico,
altri brani tratti da Dark Side,
o da Animals (Dogs
è senza dubbio il brano più psichedelico degli ultimi PF); e per non
parlare dell'estesa suite blues in Sol minore Shine On You
Crazy Diamond (1974).
Psichedelia e blues vanno a braccetto, specie quando il blues e
trasfigurato, come solo i PF sapevano fare, al punto tale che quasi
non ci accorgiamo che di blues si tratti. Intendiamoci, il fine di
questa critica meticolosa è quello di far risaltare le potenzialità
del PFB storico, poiché l'abbinamento con pezzi “mediocremente
concepiti” (all'atto dell'assemblaggio coreografico intendiamo)
rischia di sminuire quello che in origine è invece un capolavoro nel
suo genere (benché non ci sia molto altro in giro di questo
genere!); e che tale potrebbe rimanere nei decenni a venire, a patto
che non venga “pasticciato”, alla belle e meglio, tanto per tirar in
lungo con la serata mondana. E' peraltro evidente che i due brani
estratti da Dark Side
siano di forte presa sul pubblico, ma una presa che si fa
commerciale, ossia che agisce unicamente sulla popolarità dei brani,
nella misura in cui la coreografia non è in grado di scavare nel
fondo dei significati della musica stessa. Ora credo sia più chiaro
quale fu, all'epoca, il rischio del “commerciale”, percepito da più
parti, in The Dark Side of the Moon:
non certo nella musica quindi, ma nella presa che questa può avere
su un pubblico non in grado di scavare a fondo e comprendere il
messaggio interiore ivi contenuto. Troppe banalità si son lette su
questo album, non ultima che fosse un'ideale colonna sonora per
amplessi amorosi. Tutto ciò rischia di contaminare la purezza
originale del PFB. Dunque ora che abbiamo messo in chiaro la
posizione di chi vi scrive (qui si adora il PFB delle origini!),
passiamo ad un problema storico-critico, sul quale non ho
sufficienti informazioni per stilare un'analisi oggettiva, ma per il
quale urge comunque entrare nel dettaglio.
La
coreografia di Careful With That Axe, Eugene
— brano presente anche nello storico video Pink Floyd a
Pompei (1972), oltre che in
Ummagumma (1969) e
nella antologia Relics
(1971), in sostanza un work in progress dalle molteplici versioni —
è ottima (del resto come l'intera performance storica, tanto per
ribadire il concetto ancora una volta). Ma è ottima per quel che ci
è dato a vedere. Intendo dire che la sequenza coreografica e la
musica sono brutalmente sfumate sul climax del brano. Di questo atto
sacrilego ero a conoscenza perché nel video di cui abbiamo detto in
apertura, la suddetta coreografia sfuma proprio all'attacco del
climax del pezzo. Mai, in tutta sincerità, avrei pensato fosse anche
la soluzione adottata dal vivo! Il filmato televisivo infatti
propone scelte chiaramente adottate in fase di post produzione,
molte delle quali chiaramente non realizzabili sulla scena live. Ma
sfumare brutalmente quel climax è un delitto in ogni caso, e dal
vivo è una scelta artisticamente ingiustificabile. Careful
è forse l'essenza più fulgida del messaggio psichedelico floydiano,
un brano magico, quanto terribile nel suo contenuto psichico; un
brano che dopo aver ipnotizzato l'ascoltatore con un basso pulsante
in ottava, pedale sul quale si muove sinuosamente una melodia
(organo hammond) su scala modale di derivazione frigia (cioè dal
sapore arcaico e mediorientale), lascia spazio a orrorifici sussurri
(la voce di Roger Waters sulla frase del titolo: «attento con
quell'ascia, Eugene»), fino ad esplodere inaspettatamente (climax)
in un urlo (dis)umano il cui grado di spaventosità emotiva è
letteralmente indescrivibile. Questo, ben inteso, nella versione del
brano, che potremmo indicare come “definitiva”, presente nel video
girato a Pompei. La versione del brano usata nel PFB non è invero
quella indicata nel programma di sala (indicazione di massima
probabilmente funzionale all'attribuzione dei diritti d'esecuzione),
ossia l'originale del 1968, reperibile nell'antologia
Relics. Questa prima versione
infatti è priva di un vero e proprio climax, pur non essendo
sfumata, né tantomeno tagliata — si tratta semplicemente di una
versione base, strutturalmente concepita come un lento evolversi
privo di qualsivoglia approdo o picco emozionale. La versione che
ascoltiamo nel PFB (presente dunque anche nel video televisivo di
Ant2F) è con tutta probabilità la versione live concepita
espressamente per il PFB. A tal proposito va notato che in un
altro documento storico (come ho detto avanti reperibile anche su
youtube) possiamo notare nel dettaglio una fase coreografica
sovrapposta a questo preciso passo, il climax di Careful
(dunque non soppresso), passo che probabilmente è da ricondursi ad
una delle 5 performances di Maseilles del 1972 (22-26 novembre) o
forse ad una delle date parigine del gennaio/febbraio successivi. In
questi spettacoli erano presenti i PF dal vivo, sistemati su una
alta pedana sullo sfondo del palco dove danzavano i ballerini.
Questo documento è un collage in b/n di pochi minuti, per di più
assemblato maldestramente, ossia il passo musicale si direbbe
sovrapposto arbitrariamente a momenti coreografici pescati a caso
all'interno delle sequenze filmate dall'operatore (un classico dei
reportage televisivi d'epoca!). Dunque, come dicevo, non mi è
oggettivamente chiaro come stiano le cose dal punto di vista
storico, ossia se Careful
sia mai stata danzata integralmente — in linea di massima saremmo
portati a pensare di sì, anche perché esiste un documento audio (più
completo seppur mutilo anche questo), accreditato ad una delle date
parigine, dove possiamo ascoltare il climax di Careful.
Ora se non è stata danzata integralmente, Careful
è sicuramente stata eseguita integralmente, ma ovviamente questo
solo quando c'era il gruppo sul palco. E' infatti impensabile che i
Pink Floyd accettassero di sfumare un brano del genere (piuttosto
credo l'avrebbero soppresso); mentre successivamente, il numero
potrebbe essere stato ridotto al misero frammento ancora oggi
proposto. In ultima analisi ci viene in aiuto anche lo stesso Nick
Mason (il batterista del gruppo), che nella sua autobiografia,
Inside out
(2004:179), spiega come Axe
(cioè la nostra Careful)
creasse non pochi problemi all'elaborazione coreografica, e questo
proprio perché la struttura “aperta” del pezzo (il work in progress
di cui abbiamo detto), determinava sensibili variazioni di durata
del brano a seconda delle esecuzioni; si dovette quindi procedere
alla stesura di una struttura con numero di battute definito. Dunque
un problema con Careful
c'è sicuramente stato fin dall'inizio. Certo è che la soluzione con
la dissolvenza imposta forzatamente a danno del climax del brano,
poi evidentemente diventata prassi esecutiva per il PFB, rimane, a
tutti gli effetti, indipendentemente dalle ragioni che l'hanno
determinata, uno scempio nei riguardi di una composizione tra le più
spettacolari dell'opera floydiana. E in definitiva una grandissima
perdita per il PFB.
Sulla qualità
delle interpretazioni coreografiche di Petit da parte del corpo di
ballo della Scala non sta a me parlare. Potrei al contrario dire
qualcosa di maligno sulla qualità della diffusione audio in sala, ma
passiamo oltre. Dimenticavo le luci, ossia la scenografia luminosa.
Sufficienti i fari e i faretti bianchi e giallognoli di varia
intensità che fendono il fumo (poco, specie rispetto al video
storico) e la scena (spoglia) da più direzioni. Quanto al gioco di
laser ultravioletti, si salvano giusto un paio di soluzioni (il
cerchio e le diagonali parallele in discesa verso la platea), ma
niente di straordinario. Certo tutto impallidisce al confronto di
una sola foto storica con i PF e il loro armamentario psichedelico
sullo sfondo. Deludente anche il programma di sala: si parla di
Roland Petit alla Scala, ma sul PFB si trova molto di più su
internet: dunque non una foto storica, non una cronologia delle
rappresentazioni.
Nonostante tutto ciò lo spettacolo originale rimane un cult
imperdibile. Sarebbe forse il caso di ricostruirlo filologicamente:
perché se non si fosse intuito, stiamo parlando di un vero
capolavoro, e purtroppo in larga parte perduto nella sua essenza
comunicativa originale. Il rischio è che oggi si guardi al PFB come
ad un intrattenimento pop/rock estivo, mentre invece siamo qui
vicini ad un'etica del danzare che ci porta dritti ad un pensiero
del fare arte come riscatto dalla vacua vita quotidiana. Basti solo
pensare al finale, dove sulle note «melanconiche» di
Echoes, il senso dell'opera si
esplicita in un gesto che i ballerini compiono in direzione del
pubblico. Un gesto che riassume splendidamente il significato primo
dell'arte (psichedelica nella fattispecie del caso): quel «dare e
ricevere» che è segnale di vita per l'artista e che tale dovrebbe
diventare anche per chi la scena la guarda, spesso senza saperla
ascoltare. Un gesto eticamente fondante seguito da un congedo del
corpo di ballo che chiude nella dissolvenza (questa presente nella
“partitura” originale di Echoes),
dove l'artista termina il suo compito «spegnendosi» insieme alla
musica. E questo è anche un sentito e personale «adieu/au revoir» a
Michael Jackson. E a Pina Bausch, altra grande perdita di queste
ultime ore.
ET (enzio tempo),
29/30 giugno 2009
|