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Pink Floyd Ballet – Teatro Alla Scala – 29 giugno 2009

© enziotempo 29/30 giugno 2009

 

Il balletto di Roland Petit nasce nel 1972, ed è noto tra i fans dei Pink Floyd (e immagino tra quelli di Petit) grazie ad un dvd (non ufficiale) che da tempo circola liberamente (gratuitamente) nei vari circuiti web; il dvd contiene un filmato televisivo d'epoca (Ant2F) con circa 38 minuti del balletto originale, più alcuni altri documenti di notevole interesse storico. Questi filmati sono oggi facilmente reperibili anche su youtube e googlevideo. Quanto è andato in prima alla Scala ieri sera è invece una versione più estesa del Pink Floyd Ballet (PFB). In breve, sono stati aggiunti, come apertura di serata, una serie di brani tratti dal repertorio più tardo dei Pink Floyd (PF) — in particolare da The Wall (1979) — il cui scopo, diciamocelo in tutta sincerità, è quello di rimpolpare la scaletta originale, probabilmente ritenuta troppo misera, nonché difficile, nell'ottica ideologica di oggi, da abbinare (come di fatto succedeva nel 1972) a qualche altra opera coreografica. In sostanza si deduce siano state fatte aggiunte per allestire una serata di danza a tema, sufficientemente allettante (già sperimentata in anni recenti all'estero), per un'idea di pubblico che nella durata dello spettacolo intravveda anche la qualità del prodotto che paga (circa 90 minuti nel nostro caso, senza intervalli, con un bis e applausi). Dunque la prima parte dello spettacolo ci consegna proprio questa sensazione di “pezzi appiccicati”, dove né coreografia né musiche legano bene con i brani della performance storica.

 

La faccenda si spiega in questi termini. L'opera dei PF, grossomodo dal 1973 in poi, subisce un forte cambiamento per natura e concezione compositiva; genericamente si dice che c'è stata una “virata pop” (leggi musica rock più commerciale), il che ovviamente non è vero, ma nemmeno sbagliato in assoluto. Diciamo piuttosto che ad un certo punto del percorso evolutivo del gruppo si perde quella tendenza alla libera sperimentazione psichedelica lasciando spazio ad una ricerca, per certi versi altrettanto interessante, ma dall'estetica più definita e controllata, quindi più facilmente “capitalizzabile”. In altre parole, con questo nuovo percorso creativo, il sistema produttivo e commerciale del mondo della «pop music» diventa una minaccia reale per la creatività dei PF. Il problema è spinoso, investe una moltitudine di gruppi e artisti rock di quel tempo, e non può certo essere affrontato qui. Ricordiamoci però che in un album come Animals (1977) sono ancora presenti molti aspetti creativo-psichedelici (“tardo psichedelici” se si preferisce), tali da poter essere messi in relazione ad analoghe caratteristiche poetiche presenti in un opera come Meddle (1971). Da questo precedente lavoro sono infatti tratte la storica apertura del PFB — movimento delle cosce dei ballerini accovacciati a posizione di rana, sul pulsare ritmico di One of These Days — e il lungo brano Echoes; queste, non a caso, sono ancora oggi le due sezioni portanti del balletto psichedelico di Petit. Ora, che c'entrino i quattro brani tratti da The Wall con questi capolavori floydiani dei primi anni Settanta, siamo certi non ce lo saprebbe spiegare neppure il coreografo in persona. E non c'entra nulla con l'essenza psichedelica del PFB neppure la celeberrima Money (1973). Non a caso, queste varianti, insieme ad un altro paio che si inseriscono attualmente nel blocco storico (seconda parte dell'attuale sequenza di brani), risalgono al 1991 e al 2004, ossia sono state concepite per le rispettive “prime” (“riprese” del PFB) di Marseille Vieux Port e Tokyo. Mentre la prima del 1972 metteva in sequenza One of These Days (1971), Careful With That Axe, Eugene (1968/72), un paio di brani (minori) tratti da Obscured by Clouds (1972) e la fondamentale Echoes (1971). Il problema della non fusione del vecchio repertorio con quello nuovo si percepisce immediatamente alla visione della performance coreografica, poiché questa ne risente in maniera decisiva proprio sulla base della nostra percezione musica-movimento-significato. Lo stile classico/moderno di Roland Petit è perfetto per la sequenza storico-psichedelica, ma mal s'adatta alla sequenza di brani tratti da The Wall, e questo non perché The Wall sia opera minore, ma perché i brani del notissimo doppio album, estratti dal tutto, perdono di senso ed efficacia musicale e immaginifica, riducendosi a momenti “pop” di scarso interesse. In altre parole queste aggiunte sottolineano spiacevolmente (in questo contesto s'intende!) un sapore pop/rock che per natura concettuale si oppone in maniera conflittuale (e irrisolta) allo stile progressivo/psichedelico dei primi PF, dunque al PFB stesso. La coreografia classico/modernista originale attingeva sia al balletto classico che al Béjart del Sacre du Printemps, aggiungendo di suo un tocco di genialità psichedelica, che probabilmente Petit assorbì d'istinto in quei primi anni Settanta. In altre parole c'era il seme per andare oltre il Sacre. Mentre uno stile pop/rock richiede, al contrario, una coreografia alla Michael Jackson, che sulla “non profondità” della ricerca musicale (sempre in senso non assolutistico) volerà come potrebbe volare un folletto extraterrestre, producendo quindi illusioni estetizzanti ma stupefacenti (a tratti si percepisce, da parte di Petit, un tentativo di imitazione di un modello del genere, in particolare su Run Like Hell, ultimo inserto aggiunto). Il conflitto tra poetiche differenti è percepibile anche nei due numeri di danza tratti da The Dark Side of the Moon (1973): Money sembra proprio il brano meno adatto per costruirci sopra una coreografia stile Petit/Floyd; mentre la stupenda The Great Gig in the Sky non trova alcun riscontro di significato interiore, ossia intrinseco alla musica, nell'interpretazione coreografica. Questo è ciò che stupisce maggiormente, ossia l'incapacità di trasferire nell'immagine coreografica il significato di quel lungo vocalizzo in stile blues-nero-femminile; una performance vocale che ha contribuito a rendere immortale questa fase creativa dei PF. Tanto il giovane Petit entra in sintonia perfetta con la musica floydiana di Meddle, tanto qui abusa di Dark Side come sottofondo coloristico. Ed è un vero peccato perché Gig poteva fungere da collegamento efficace col repertorio psichedelico preesistente. In sostanza Petit colloca sulla musica di questo brano un tradizionalissimo pezzo a due, dove la coppia, lui/lei, si dichiara sereno amore. Al contrario la musica ha un'anima nera, disperata, per di più femminile. Una voce che prima chiede con grande energia, spingendosi fino ai limiti del virtuosismo vocale, per poi spegnersi, via via allontanandosi da una richiesta evidentemente non esaudibile (il blues è un lamento, e i PF amavano il blues in minore!).

 

Ci piace allora immaginare quale effetto spettacolare avrebbero avuto, nel contesto del PFB storico, altri brani tratti da Dark Side, o da Animals (Dogs è senza dubbio il brano più psichedelico degli ultimi PF); e per non parlare dell'estesa suite blues in Sol minore Shine On You Crazy Diamond (1974). Psichedelia e blues vanno a braccetto, specie quando il blues e trasfigurato, come solo i PF sapevano fare, al punto tale che quasi non ci accorgiamo che di blues si tratti. Intendiamoci, il fine di questa critica meticolosa è quello di far risaltare le potenzialità del PFB storico, poiché l'abbinamento con pezzi “mediocremente concepiti” (all'atto dell'assemblaggio coreografico intendiamo) rischia di sminuire quello che in origine è invece un capolavoro nel suo genere (benché non ci sia molto altro in giro di questo genere!); e che tale potrebbe rimanere nei decenni a venire, a patto che non venga “pasticciato”, alla belle e meglio, tanto per tirar in lungo con la serata mondana. E' peraltro evidente che i due brani estratti da Dark Side siano di forte presa sul pubblico, ma una presa che si fa commerciale, ossia che agisce unicamente sulla popolarità dei brani, nella misura in cui la coreografia non è in grado di scavare nel fondo dei significati della musica stessa. Ora credo sia più chiaro quale fu, all'epoca, il rischio del “commerciale”, percepito da più parti, in The Dark Side of the Moon: non certo nella musica quindi, ma nella presa che questa può avere su un pubblico non in grado di scavare a fondo e comprendere il messaggio interiore ivi contenuto. Troppe banalità si son lette su questo album, non ultima che fosse un'ideale colonna sonora per amplessi amorosi. Tutto ciò rischia di contaminare la purezza originale del PFB. Dunque ora che abbiamo messo in chiaro la posizione di chi vi scrive (qui si adora il PFB delle origini!), passiamo ad un problema storico-critico, sul quale non ho sufficienti informazioni per stilare un'analisi oggettiva, ma per il quale urge comunque entrare nel dettaglio.

 

La coreografia di Careful With That Axe, Eugene — brano presente anche nello storico video Pink Floyd a Pompei (1972), oltre che in Ummagumma (1969) e nella antologia Relics (1971), in sostanza un work in progress dalle molteplici versioni — è ottima (del resto come l'intera performance storica, tanto per ribadire il concetto ancora una volta). Ma è ottima per quel che ci è dato a vedere. Intendo dire che la sequenza coreografica e la musica sono brutalmente sfumate sul climax del brano. Di questo atto sacrilego ero a conoscenza perché nel video di cui abbiamo detto in apertura, la suddetta coreografia sfuma proprio all'attacco del climax del pezzo. Mai, in tutta sincerità, avrei pensato fosse anche la soluzione adottata dal vivo! Il filmato televisivo infatti propone scelte chiaramente adottate in fase di post produzione, molte delle quali chiaramente non realizzabili sulla scena live. Ma sfumare brutalmente quel climax è un delitto in ogni caso, e dal vivo è una scelta artisticamente ingiustificabile. Careful è forse l'essenza più fulgida del messaggio psichedelico floydiano, un brano magico, quanto terribile nel suo contenuto psichico; un brano che dopo aver ipnotizzato l'ascoltatore con un basso pulsante in ottava, pedale sul quale si muove sinuosamente una melodia (organo hammond) su scala modale di derivazione frigia (cioè dal sapore arcaico e mediorientale), lascia spazio a orrorifici sussurri (la voce di Roger Waters sulla frase del titolo: «attento con quell'ascia, Eugene»), fino ad esplodere inaspettatamente (climax) in un urlo (dis)umano il cui grado di spaventosità emotiva è letteralmente indescrivibile. Questo, ben inteso, nella versione del brano, che potremmo indicare come “definitiva”, presente nel video girato a Pompei. La versione del brano usata nel PFB non è invero quella indicata nel programma di sala (indicazione di massima probabilmente funzionale all'attribuzione dei diritti d'esecuzione), ossia l'originale del 1968, reperibile nell'antologia Relics. Questa prima versione infatti è priva di un vero e proprio climax, pur non essendo sfumata, né tantomeno tagliata — si tratta semplicemente di una versione base, strutturalmente concepita come un lento evolversi privo di qualsivoglia approdo o picco emozionale. La versione che ascoltiamo nel PFB (presente dunque anche nel video televisivo di Ant2F) è con tutta probabilità la versione live concepita espressamente per il PFB. A tal proposito va notato che in un altro documento storico (come ho detto avanti reperibile anche su youtube) possiamo notare nel dettaglio una fase coreografica sovrapposta a questo preciso passo, il climax di Careful (dunque non soppresso), passo che probabilmente è da ricondursi ad una delle 5 performances di Maseilles del 1972 (22-26 novembre) o forse ad una delle date parigine del gennaio/febbraio successivi. In questi spettacoli erano presenti i PF dal vivo, sistemati su una alta pedana sullo sfondo del palco dove danzavano i ballerini. Questo documento è un collage in b/n di pochi minuti, per di più assemblato maldestramente, ossia il passo musicale si direbbe sovrapposto arbitrariamente a momenti coreografici pescati a caso all'interno delle sequenze filmate dall'operatore (un classico dei reportage televisivi d'epoca!). Dunque, come dicevo, non mi è oggettivamente chiaro come stiano le cose dal punto di vista storico, ossia se Careful sia mai stata danzata integralmente — in linea di massima saremmo portati a pensare di sì, anche perché esiste un documento audio (più completo seppur mutilo anche questo), accreditato ad una delle date parigine, dove possiamo ascoltare il climax di Careful. Ora se non è stata danzata integralmente, Careful è sicuramente stata eseguita integralmente, ma ovviamente questo solo quando c'era il gruppo sul palco. E' infatti impensabile che i Pink Floyd accettassero di sfumare un brano del genere (piuttosto credo l'avrebbero soppresso); mentre successivamente, il numero potrebbe essere stato ridotto al misero frammento ancora oggi proposto. In ultima analisi ci viene in aiuto anche lo stesso Nick Mason (il batterista del gruppo), che nella sua autobiografia, Inside out (2004:179), spiega come Axe (cioè la nostra Careful) creasse non pochi problemi all'elaborazione coreografica, e questo proprio perché la struttura “aperta” del pezzo (il work in progress di cui abbiamo detto), determinava sensibili variazioni di durata del brano a seconda delle esecuzioni; si dovette quindi procedere alla stesura di una struttura con numero di battute definito. Dunque un problema con Careful c'è sicuramente stato fin dall'inizio. Certo è che la soluzione con la dissolvenza imposta forzatamente a danno del climax del brano, poi evidentemente diventata prassi esecutiva per il PFB, rimane, a tutti gli effetti, indipendentemente dalle ragioni che l'hanno determinata, uno scempio nei riguardi di una composizione tra le più spettacolari dell'opera floydiana. E in definitiva una grandissima perdita per il PFB.
 

Sulla qualità delle interpretazioni coreografiche di Petit da parte del corpo di ballo della Scala non sta a me parlare. Potrei al contrario dire qualcosa di maligno sulla qualità della diffusione audio in sala, ma passiamo oltre. Dimenticavo le luci, ossia la scenografia luminosa. Sufficienti i fari e i faretti bianchi e giallognoli di varia intensità che fendono il fumo (poco, specie rispetto al video storico) e la scena (spoglia) da più direzioni. Quanto al gioco di laser ultravioletti, si salvano giusto un paio di soluzioni (il cerchio e le diagonali parallele in discesa verso la platea), ma niente di straordinario. Certo tutto impallidisce al confronto di una sola foto storica con i PF e il loro armamentario psichedelico sullo sfondo. Deludente anche il programma di sala: si parla di Roland Petit alla Scala, ma sul PFB si trova molto di più su internet: dunque non una foto storica, non una cronologia delle rappresentazioni.

 

Nonostante tutto ciò lo spettacolo originale rimane un cult imperdibile. Sarebbe forse il caso di ricostruirlo filologicamente: perché se non si fosse intuito, stiamo parlando di un vero capolavoro, e purtroppo in larga parte perduto nella sua essenza comunicativa originale. Il rischio è che oggi si guardi al PFB come ad un intrattenimento pop/rock estivo, mentre invece siamo qui vicini ad un'etica del danzare che ci porta dritti ad un pensiero del fare arte come riscatto dalla vacua vita quotidiana. Basti solo pensare al finale, dove sulle note «melanconiche» di Echoes, il senso dell'opera si esplicita in un gesto che i ballerini compiono in direzione del pubblico. Un gesto che riassume splendidamente il significato primo dell'arte (psichedelica nella fattispecie del caso): quel «dare e ricevere» che è segnale di vita per l'artista e che tale dovrebbe diventare anche per chi la scena la guarda, spesso senza saperla ascoltare. Un gesto eticamente fondante seguito da un congedo del corpo di ballo che chiude nella dissolvenza (questa presente nella “partitura” originale di Echoes), dove l'artista termina il suo compito «spegnendosi» insieme alla musica. E questo è anche un sentito e personale «adieu/au revoir» a Michael Jackson. E a Pina Bausch, altra grande perdita di queste ultime ore.

 

ET (enzio tempo), 29/30 giugno 2009

 

 

-mercoledì 15 luglio 2009 19.19.39 +0200

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