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« Medea è forse l’opera dove l’uomo
Euripide esprime con maggior violenza d’accusa i motivi del suo
malessere all’interno di una società che non sa riconoscere i propri
errori. Nella figura demoniaca della maga barbara, insofferente
verso i condizionamenti che le impongono di uniformarsi ad un
modello di comportamento estraneo alla sua natura, Euripide rivela
l’offesa disperazione di uno spirito che trova intorno a sé il vuoto
dell’incomprensione e della ripulsa. Come la straniera Medea è
circondata dal sospetto della società, che intuisce nella sua
superiore sapienza quei germi di eversione destinati a sconvolgere e
a smascherare le ingiustizie su cui è fondato l’ordinamento politico
e sociale, così Euripide rimane un isolato all’interno di una
comunità che non vuole vedere messe in dubbio delle regole morali
ormai canonizzate. »
« La disperazione e la rabbiosa ansia di chi
non può più sopportare di essere ingiustamente escluso dalla civiltà
rischiano di erompere violente ed inaspettate, portando allo
sconvolgimento e alla rovina le strutture di un mondo colpevole di
scarsa fiducia nei valori dell’uomo. »
Marina Cavalli in «Medea», introduzione
all’opera di Euripide, Mondadori, Milano 1985
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