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Il
seguente scritto, dedicato a The
Lamb Lies Down on Broadway, nasce come
continuazione del precedente She's a lady, a sua
volta dedicato all'analisi di simbologie, metafore e
allegorie «alchemico-sessuali», riscontrate in alcuni
brani tratti dai precedenti album dei Genesis, Nursery
Cryme e Foxtrot e negli apparati
visivi, scenici e gestuali presenti sulle copertine dei
rispettivi dischi e nelle performances del gruppo.
L'ampliarsi progressivo della mole degli appunti su The
Lamb mi ha costretto a rimandi frequenti a She's
a lady , evitando così ulteriori e lunghe note
esplicative in coda alla presente analisi che avrebbero
appesantito oltremodo la trattazione.
-
[ www.artrocketpopstudies.it - 13.08.2006 - ET].
|
Nei testi di Peter Gabriel il tema “sessuale” ritorna spesso
lungo tutta la sua carriera. Non c'è qui spazio per citazioni.
Segnalo però Blood of Eden, dall'album US del
1992, dove il tema dell' “amore” è facilmente riconducibile
alla visione alchemica dell'unione/congiunzione degli opposti: « With
the man in the woman / And the woman in the man
» – Mysterium coniunctionis
per dirla alla Jung – « We wanted the union ». Ma
è nel periodo Genesis che il tema ritorna quasi esclusivamente nei
suoi aspetti simbolico-alchemici di trasformazione, con infiniti
riferimenti al mondo di quegli anni, alla “liberazione
sessuale”, all'evoluzione della società. In The Lamb Lies
Down on Broadway , summa
del pensiero poetico-gabrieliano al termine dell'esperienza progressive-rock,
emerge inoltre anche l'interesse per il cinema, per la
“visione” in senso lato come ulteriore ed efficace mezzo di
comunicazione sempre più integrato in un corpo unico con la musica.
Un interesse specifico quello di Gabriel per il cinema, coltivato a
suo modo nel corso degli anni: una delle fantasiose “storielle”
create dall'artista si narra piacque molto a William Friedkin, il
noto regista americano de L'Esorcista (1973), tanto da
fruttare al nostro visionario musicista-cantante una proposta di
collaborazione come sceneggiatore (poi non se ne fece nulla); i
biografi ricordano spesso anche i contatti con Alejandro Jodorowsky
(El Topo, 1971; Il paese incantato,
1972; La montagna sacra,
1973), proprio in merito ad un'ormai mitica trasposizione
cinematografica, mai realizzata, di The Lamb Lies Down on
Broadway.
[mozart - blake - huxley -
jung - (alchimia - sezione aurea - trasmutazione) - ...]
Dunque, The Lamb
Lies Down on Broadway come
«opera alchemica»: come “opera massonico-rivoluzionaria” alla
Wolfgang Amadeus Mozart potremmo azzardarci a sostenere. Oppure, più
semplicemente, visto il taglio popular (“extra-colto” si
diceva tempo fa in ambito musicologico riferendosi alla «popular
music», cioè d'impostazione generale lontana da severe
formazioni colto-accademiche) come ulteriore e perfezionato
messaggio di “evoluzione dell'individuo”, che all'interno di un
percorso di trasformazione/liberazione psichica e sessuale, si
collega direttamente al messaggio psichedelico-rivoluzionario della
cultura “underground” anni sessanta, e quindi, di rimando, a
quanto esposto nella prima parte di questo saggio She's a lady,
dove si sono analizzati alcuni «primi esperimenti»
poetico-rivoluzionari presenti nei precedenti lavori di Gabriel/Genesis.
Esiste pertanto una linea di continuità che unisce il “beat” e
la “psichedelia” del decennio precedente al movimento
“progressive” dei primi anni settanta. Ora, che si possa
sostenere che Peter Gabriel abbia una formazione “extra-colta”
ci va anche bene, purché s'intenda quel «colto» come legato ad
un'impostazione «accademica». Infatti Gabriel si ribella entro i
dieci anni di età all'istruzione musicale classica imposta dalla
famiglia. Il che significa, tanto allora come oggi, cercare
“cultura” altrove, rifiutando il sistema “accademico” che
per impostazione tende inevitabilmente a trasformarsi in
reazionario. In due parole: «fare rivoluzione». Comprendo peraltro
il lettore che, avendo prima azzardato un parallelo con il pensiero
“massonico-rivoluzionario” mozartiano, già penserà alle solite
esagerazioni di un fan troppo innamorato dei Genesis. Beh, è un
classico strabuzzare gli occhi e farsi una risatina saccente
all'apparire di qualche nuova tesi su questo o quel capolavoro della
storia della musica. Scusate la presunzione, ma come ho già
ribadito altrove: se non si è disposti a guardare oltre il pensiero
comunemente accettato, se non si è disposti a “trasgredire”,
nessuna documentazione dei fatti contribuirà ad aprirci la mente
verso nuovi orizzonti interpretativi.
Ho citato Mozart perché è recente un
libro di una studiosa italiana che finalmente traccia esplicitamente
il percorso «esoterico-occulto» dell'opera del musicista più
popolare della storia: Lidia Bramani, Mozart massone e
rivoluzionario (Bruno Mondadori, Milano, 2005). Non che
prima non si sapesse, ma scrivere un libro di quasi 500 pagine,
ribadendo con metodicità scientifico-musicologica che (e faccio
solo un esempio) il Così fan tutte è un'opera
alchemica incentrata sulla “libertà sessuale della coppia”, è
cosa che ci fa un gran piacere e che temevamo rimanesse,
socialmente, culturalmente
e “politicamente” accettabile, solo all'interno di un
allestimento scenico (Cfr. Baremboim/Dörrie, Deutshe
Staatsoper Berlin 2002).
Si sa che agli artisti (registi d'opera in questo caso) tutto è
concesso, stravaganze interpretative comprese. Al contrario, le tesi
musicologiche, per scettici e conservatori, presentano il grosso
difetto dell'evidenziare dati spesso incontrovertibili. Noi qui ci
muoviamo pure in un ambito di popular music, il che, detto in
parole esplicite, ancora oggi significa letteralmente non
proporre mai letture d'analisi particolarmente approfondite perché
in fondo “è solo rock” ed è come se fosse implicitamente
“proibito” andare oltre un certo livello di contenuti. Che
piaccia o no, è un discorso prettamente politico-culturale, che
dalla musica di quegli anni si è letteralmente trasferito in campo
di analisi della stessa. Indagini di questo genere non fanno piacere
a molti forse perché dopo diversi decenni si pensava che la
trasgressione di certa musica fosse stata sufficientemente sedata da
una critica bigotta e superficiale. Fa poco piacere, talvolta, anche
agli addetti ai lavori e ai fans in genere, il rovistare nel
passato: come se si avesse il timore di scoprire che ciò che magari
si è amato in giovane età, e poi accantonato in età adulta, torni
improvvisamente alla ribalta ribadendo i suoi contenuti sovversivi
e, guarda caso, molto meno popular di quanto ci si potrebbe
aspettare/sperare. Ora che tutto sembra tranquillo e pianificato,
socialmente e politicamente, è forse tempo di fare un po' di sano
“casino”.
La presenza costante di riferimenti alle discipline filosofico
ermetiche (occultismo, cabbala, alchimia, esoterismo), riscontrabili
nell'opera di Gabriel/Genesis, si estende dall'uso matematico della Sezione
Aurea, in ambito di strutture musicali (cfr. in part. Selling
England by the Pound),
all'alchimia come disciplina della trasformazione: «trasmutazione»
per meglio dire. Trasformazione/evoluzione “totale” per certi
versi. In altre parole, «trasmutazione» delle strutture musicali
attraverso il controllo delle proporzioni formali dell'opera e,
sull'altro versante, «trasmutazione» dell'individuo esplicitata
attraverso il messaggio veicolato dai testi musicati e dagli
apparati visivi. In Peter Gabriel l'Alchimia, intesa come «disciplina
esoterica» e non come abusato sostantivo generico, si riallaccia
direttamente alla psicanalisi junghiana, ma attinge sicuramente
nozioni e spunti anche nel vasto mondo occulto inglese/londinese:
John Dee (1527-1608), Robert Fludd (1574-1637), ossia matematici e
esoteristi, William Blake (1757-1827), William Butler Yeats
(irlandese, 1865-1939) ossia poeti e letterati, fino a giungere agli
occultisti S. L. Mac Gregor Mathers (1854-1918) e Aleister Crowley
(1875-1947). Se a questi nomi aggiungiamo tutti gli altri che di
rimando saltano alla mente, da Shakespeare a Giordano Bruno, a
Newton, Bacon, etc., e allarghiamo il campo includendo le culture e
il misticismo orientale, nonché il “fenomeno” Gurdjieff,
abbiamo un quadro abbastanza ampio ed esauriente dell'ambito
all'interno del quale hanno preso corpo, fin dalla fine degli anni
sessanta, le idee che daranno poi vita all’articolata visione
magico-onirica gabrieliana che confluirà in The Lamb Lies
Down on Broadway. In fondo questo è il mondo “magico”
in cui si è mossa la gran parte della musica rock inglese, dai
Beatles, ai Pink Floyd, ai Led Zeppelin, ai King Crimson. Senza
distinzione di genere e in progressiva evoluzione, dal beat, alla
psichedelia, all'hard rock, al progressive e oltre.
I biografi di Gabriel, o meglio, il biografo ufficiale Spencer
Bright (cit.) e gli altri (italiani in particolare) che a questo si
rifanno, tendono a comunicare un interesse di Gabriel per il mondo
magico-esoterico, alchimia in particolare, a partire
dalla separazione del musicista dal gruppo; il che significa
dal periodo successivo a The Lamb Lies Down on Broadway.
Può essere che mi sia sfuggito qualcosa, ma in genere il fatto
acclarato, di cui si parla,
è l'attenzione di Peter Gabriel per un trattato di alchimia del XV
secolo. Trattato in parte attribuito a San Tommaso D'Aquino,
studiato approfonditamente da Carl Gustav Jung (1875-1961) e spesso
citato nei suoi lavori, da Psicologia e Alchimia (1944)
al Mysterium coniunctionis (1955-56): l' Aurora
Consurgens. L'edizione in inglese del trattato è
disponibile dal 1966.
Ma ci apparirà ben presto evidente come questa sia solo una delle
tante possibili fonti di ispirazione provenienti dal mondo
“alchemico”.
Altro fatto abbastanza conosciuto, diciamo chiacchierato, è la
probabile influenza poetico-visionaria di William Blake sul nostro
artista. Magari non proprio per la nota “coincidenza”, seppur
notevole, che vorrebbe i Songs of innocence, in
particolare alcuni versi dal primo componimento Introduction:
« Pipe a song about a Lamb! » come scintilla generatrice
dell'intera opera che stiamo per analizzare, bensì per la poetica
rivoluzionaria di ascendenza alchemica di Blake, che è quanto di più
vicino, per intenti «politico-sociali», al pensiero
“illuminato” di un Mozart o a quello
“visionario-post-psichedelico” di Peter Gabriel. Ecco, in questo
senso dell'influenza di William Blake mi pare che per lo più se ne
taccia, quando invece, un manifesto programmatico «alchemico-rivoluzionario»
emerge con tutta la sua forza visionaria in una delle opere del
poeta e pittore inglese: The Marriage of Heaven and Hell
(1790). Citiamo per esteso un passo (crediamo a effetto
“cortocircuito” deflagrante) con la traduzione di Giuseppe
Ungaretti (Mondadori, Milano, 1965),
la cui chiarezza e inequivocabilità del messaggio di «trasformazione»
“politico-sessuale” è tale da risultare sufficientemente
trasgressiva ancora oggi:
-
|
For the cherub with his flaming sword is hereby
commanded to leave his guard at [the] tree of life,
and when he does, the whole creation will be consumed
and appear infinite and holy, whereas it now appears
finite and corrupt.
This will come to pass by an improvement of
sensual enjoyment.
But first the motion that man has a body
distinct from his soul is to be expunged;
[...]
If the doors of perception were cleansed,
everything would appear to man as it is, infinite.
For man has closed himself up, till he sees all
things thro' narrow chinks of his cavern.
|
Non appena al cherubino con la spada fiammante
sarà ordinato di smontare la guardia all'albero della
vita, subito l'intero creato sarà consumato e apparirà
infinito e sacro, mentre ora non appare che finito e
corrotto.
Avverrà ciò per via d'un progredire del
godimento sensuale.
Ma prima di tutto, la nozione che l'uomo ha un
corpo distinto dall'anima dovrà essere espunta;
[...]
Se si pulissero le porte della percezione, ogni
cosa apparirebbe all'uomo come essa veramente è,
infinita.
Poiché l'uomo s'è da se stesso rinchiuso, fino
a non vedere più le cose che attraverso alle strette
fenditure della sua caverna.
|
La via della “liberazione sessuale” («This will
come to pass by an improvement of sensual enjoyment.»),
del “libero amore” (pensiamo ancora a Mozart, al Così fan
tutte, al Don Giovanni) unita all'espressione
«the doors of perception» (ossia il titolo nel noto saggio
sull'uso della mescalina di Aldous Huxley: The Doors of
Perception - Heaven and Hell)
fanno di questo passo di Blake uno dei più potenti manifesti della
rivoluzione rock «alchemico-sessuale» psichedelica e
post-psichedelica, tra anni sessanta e settanta del Novecento.
Inutile citare The Doors e Jim Morrison o il brano dei Led Zeppelin Stairway
to Heaven, e via di questo
passo, poiché credo il lettore abbia già da sé materializzato la
sua personale «visione».
L’opera di Gabriel/Genesis, The Lamb Lies Down on
Broadway, è in sostanza un grande affresco surreale con
vasti riferimenti occulti alla “rinascita”, ossia alla «trasmutazione»
dell’anima dell’essere umano dallo stadio primordiale di «materia
grezza» a quello «risplendente» – «dal piombo all’oro» per
usare la metafora alchemica più conosciuta. Una grande visione
allegorica del processo di evoluzione psichica dell'individuo. Un
affresco post-psichedelico di «magia sessuale» per altri versi.
Ogni singolo brano dell’opera, che dura nella sua totalità circa
90 minuti, è un tassello sufficientemente intellegibile, come quasi
mai era stato in precedenza (i testi sono opera esclusiva di Gabriel
e i pochi contributi, si dice dati dagli altri componenti del gruppo
in fase di ultimazione del lavoro, non hanno certo alterato il
percorso originale). La stessa lunga narrazione in prosa (plot) che
accompagna le liriche cantate e che a prima vista risulta
inestricabile quanto i versi medesimi, una volta trovata la chiave
di lettura diventa molto più comprensibile. Rimane un capolavoro
visionario senza precedenti in ambito rock, all'interno del quale la
genialità di chi l’ha concepito è fuori discussione. Al limite
se ne può discutere l’efficacia comunicativa. Certo, per chi è
abituato a qualcosa di più “popular”, “pop” se volete, può
risultare tremendamente pesante: un vero “mattone”. Così per lo
più fu recepito all'epoca e così per lo più è rimasto nel
pensiero dell'opinione critico-pubblica nel corso dei trent'anni
trascorsi dalla sua pubblicazione.
[in
the cage - (wakamatsu - embryo - easy rider) - carpet crawlers -
...]
Partirei,
per vari motivi, non ultima la “visione” alchemico-allegorica di
Blake dell'uomo bloccato dalle rocce « Earth. He struggles into
Life » (« Terra. Lotta dentro la Vita », non solo la
«caverna» quindi, ma decisamente l'incapacità di muoversi, agire,
vivere),
partirei dicevo, da In the Cage (traccia 1.5
dal doppio Lp/Cd). Siamo in pieno messaggio di trasformazione
alchemica; nascere una seconda volta per liberarsi dalle paure e dai
conflitti. Rinascere e ricongiungersi con l’altro sesso per
produrre energia vitale, vita vera nel caso le condizioni siano
favorevoli. A tal proposito, citerò un film straordinario di un
regista giapponese, la cui sceneggiatura contiene passi di assoluto
interesse sul tema della «nascita-ri-nascita» e punti di contatto
di altrettanto interesse con il testo di In the Cage
di Peter Gabriel.
Il regista è Koji Wakamatsu: classe 1936, vita turbolenta, uno di
quegli autori/artisti cosiddetti “maledetti”. Il film: The
Embryo Hunts in Secret (titolo originale: Taiji ga
mitsuryosuru toki), titolo italiano: Embrione (quando
l’embrione caccia di frodo). Siamo nel 1966 e il regista
ha già prodotto una nutrita serie di lavori, un centinaio a oggi.
E’ conosciuto in particolare per i due film successivi a Embryo:
Go, go, Second Time Virgin (1969) e Ecstasy of
the Angels (1972).
Ma torniamo a In the Cage. Il brano inizia con un
pulsare cardiaco (un classico che non perde la sua efficacia quando
il contesto è sufficientemente ricco): metro iniziale in 12/8, ma
che ben presto cambia natura tramite le tipiche sovrapposizioni
metrico-ritmiche in stile progressive-rock. I versi iniziali: « There’s
sunshine in my stomach / Like I just rocked my baby to sleep »
(« C'è sole nel mio stomaco / Come se avessi cullato il mio
bambino fino ad addormentarlo »),
già ci fanno capire che chi scrive è cosciente che la strada
seppur difficile porterà verso la “luce”, quindi vale la pena
tentarla.
Nei versi successivi a questa che è l’introduzione al brano
(siamo sul pulsare cardiaco) Gabriel cadrà (il personaggio della
sua storia ovviamente) in un sonno profondo. Il risveglio è
violento e rivela una “realtà” terribilmente angosciante
(sovrapposizione metrica circolare chiusa 12/8 su 4/4 su 6/4); con
l’uso dell’inglese “turn” si gioca ripetutamente sul
concetto di “girare” e “inacidire” (che sottintende il
“cambio di stato”, il modificarsi: cfr. ad es. l’espressione
inglese “the wine is turned into vinegar” ossia “il vino è
diventato aceto”): « Turn fast – turn sour / Turn sweat –
turn sour » – « Diventa veloce – diventa acido /
Diventa dolce – diventa acido
»; si noti “sweat” ossia “sudore”, come “sweet”
ossia “dolce”: uno dei casi di “cabbala fonetica” di
ascendenza alchemica frequentemente utilizzata da Peter Gabriel e
dai Genesis per comunicare significati “occulti”. Non a caso
alcuni traduttori dei testi qui scelgono l’espressione arbitraria,
ma assai efficace, «dolci acidi».
Il riferimento, ovvio, è al derivato dell’acido lisergico LSD. Il
che ci rimanda alla nota scena del “trip-psichedelico-sessuale”
girato fra le tombe di un cimitero, in Easy Rider
(1969) di Dennis Hopper
(si noti peraltro, nel nostro brano, la presenza della
circolarità del metro musicale composito che tende a creare un
effetto ipnotico e incalzante).
Arriviamo al punto focale: « My distortion shows obsession / in
the cave ».
Ora, il «cage» (gabbia) del titolo diventa qui «cave» (grotta).
Ossia la “visione acida” sprofonda il nostro personaggio in una
grotta, ma che noi sappiamo, dal titolo appunto, essere
“gabbia”. Ed infatti: « Get me out of this cave! » (« Tiratemi
fuori da questa grotta! »).
Così
invece in Easy Rider
(cit.): « Please, God, let me out of here! I want to get
out of here! » – « Ti prego, Dio, fammi uscire da qui!
Voglio uscire da qui! », a implorarlo è una delle protagoniste
mentre si trova stretta fra le pareti di marmo di due tombe in pieno
“trip” psichedelico/sessuale.
Veniamo al dunque, la “grotta” di Gabriel è l’utero materno.
Quindi passiamo immediatamente ad una breve analisi di Embryo
di Wakamatsu, che ci aiuterà a comprendere meglio il percorso
psichico-alchemico e il significato allegorico di In the Cage.
Il film, di una forza visionaria devastante (musicalmente, e non
solo, anticipa addirittura il Kubrick di Arancia Meccanica),
si apre con una citazione biblica. Un paio di versi estratti dal
Libro di Giobbe (cfr. 3: 3 e 11): « Perisca il giorno in cui
nacqui! Perché non sono morto nell’utero? Perché non sono
spirato appena uscito dal grembo? ». In sintesi la trama della
vicenda è questa: uno psicopatico, direttore di un grande
magazzino, corteggia prima e sequestra poi una sua giovane
dipendente. La donna viene sottoposta a sevizie e torture col folle
scopo di ridare “purezza” al suo corpo “immondo”. L’uomo
è morbosamente attratto dalla sua vittima perché gli ricorda la
precedente moglie; questa fuggita per poter avere un bambino, che
lui, contrario alla procreazione, non voleva assolutamente farle
concepire. Il tema di fondo è quindi il rifiuto della vita da parte
dell’uomo che s’innesta al conseguente rifiuto della vitalità
sessuale della donna. Citerò ora di seguito alcuni passi
estrapolati dalla sceneggiatura del film, che ritengo di assoluto
interesse per inquadrare la visione di In the Cage di
Gabriel (il dialogo è fra “lui” e “lei”, credo facilmente
identificabili anche senza ulteriori indicazioni):
E’ proprio il suo ritratto, è identica.
[…]
Anche lei indosserà l’abito bianco, anche lei avrà presto
voglia di fare un bambino.
Le assomiglia molto, sono due gocce d’acqua.
[…]
Finora con quanti uomini sei stata?
Stupido.
Con quanti uomini sei stata? Lo chiedo sempre la prima volta.
[…]
Dai… Veloce.
[scena cardine che mette in luce il
desiderio sessuale della donna è l'impotenza psichica dell'uomo che
ne rifiuta la componente “animale” trasgressiva]
Le donne dicono sempre così.
Ti odio. [lei a lui]
[…]
Ora ti amerò fino a farti piangere.
[la ragazza è stata drogata con un sonnifero e lui inizia a
seviziarla sadicamente].
Quelle come te mi fanno schifo… Sei immonda... Ora ti faccio
vedere che le donne come te sono solo cagne.
[…]
[…] ho questa frusta dell’amore ricevuta dagli dei
onnipotenti. Con il mio sangue puro ricomporrò la tua carne e la
tua anima scisse.
[segue un flashback di conversazione con la prima moglie]
Accetto che nella tua pancia qualcosa cresca al calduccio,
perché quando si è nel ventre si è felici. Il tepore del ventre
materno è una vera beatitudine, è il paradiso… Sarebbe bello se
finisse tutto lì. Quando il bambino nasce, passa dal ventre della
madre a questo mondo, da un mondo felice a quest’inferno, questa
valle di lacrime. Attraversa un passaggio scuro e stretto verso
questo mondo pieno di ferite e di sangue. E’ un inferno, è il
vero dolore dell’inferno.
[…]
[segue poi una visione allucinata del protagonista dove scorge
presagi di morte dall’interno nell’utero materno, mentre la
sceneggiatura acquista risvolti filosofico-nichilisti (tralasciamo
altre eventuali citazioni in merito a quest'ultimo particolare perché
il discorso si farebbe troppo ampio)]
Per me la più grande assurdità è il fatto di essere nato.
Perché sono nato? Mamma, perché sono uscito dal tuo ventre?Perché
mi hai messo al mondo?Perché ho sofferto tanto?
[…]
Cos’è la Natura? La pioggia cade i tuoni si susseguono, gli
uomini nascono, muoiono. Mamma, eri in calore… e anche questa è
natura. Le donne amano la Natura e si abbandonano alle sue leggi,
immaginandosi libere si trasformano in bestie, in bestie… Mamma,
nella grotta di stalattiti del tuo ventre mi hai nutrito, hai preso
coscienza di me. Mammiferi che vivono in fondo a una grotta di
stalattiti, che scodinzolano e si strofinano la testa.
Torniamo ora a In the Cage di Peter Gabriel: « Stalactites,
stalagmites / Shut me in, lock me tight. » (« Stalattiti,
stalagmiti / Mi rinchiudono, mi bloccano. »). Ossia la «grotta-utero»
(«cave») si trasforma in «utero-gabbia» («cage»): « Get me
out of this cage! » (« Tiratemi fuori da questa gabbia!
»).
Da notarsi la stessa visione dell’utero/grotta con le stalattiti e
stalagmiti che bloccano il personaggio di Gabriel – Rael
nella “sceneggiatura” per The Lamb Lies Down on Broadway
– e l'uomo del film di Wakamatsu che, al contrario di Rael,
non riuscirà a concludere felicemente il suo percorso di «ri-nascita»
e rimarrà drammaticamente intrappolato nell'antro prenatale (è
sempre metafora) fino alla morte violenta per mano della donna. Si
badi che non è di nessun interesse se ci siano ascendenze dirette
Wakamatsu-Gabriel (potrebbe anche essere, dato che Peter Gabriel è
sempre stato molto interessato al mondo del cinema e non solo come
semplice spettatore).
Ciò che conta è che la potenza visionaria delle due situazioni
faccia, in entrambi i casi, leva sullo stesso immaginario simbolico,
mettendo in primo piano il dualismo dell’utero materno come «caverna/gabbia».
In altre parole. Se rimpiangi di essere nato vorresti tornare nella
pancia, “al calduccio”. Se capisci il tuo dramma e vuoi
liberarti da questo malsano istinto regressivo, devi comunque
tornare metaforicamente nel ventre materno (processo alchemico),
renderti conto che non ne vorresti uscire perché lì ti senti
protetto, ma che l’accettazione di questo stato ti porterà alla
“morte psichica”, alla quale farà prematuramente seguito quella
fisica. Quindi, scoccata la scintilla della visione alchemica che ti
apre le «porte della percezione», ti senti letteralmente bloccato
in una «gabbia». In altre parole la «caverna» non è più
confortevole perché intravedi l’abisso dal quale rischi di non
venirne più fuori e chiedi aiuto per uscire.
A questo punto il nostro Rael, in In the Cage
, scorge il fratello John: grida, urla, chiedendo
disperatamente aiuto al fratello, ma questi non fa una piega e
scompare.
Scena da incubo. Eccezionali per impostazione psicanalitica le
liriche disperate che seguono (stiamo parlando di un Gabriel
ventiquattrenne, di certo in possesso di conoscenze in materia ma
anche dotato di un'innata consapevolezza psichica): « I’m
helpless in my violent rage » letteralmente « sono incapace di
aiutarmi nella mia rabbia violenta » seguito da « Get me out of
this pain » ossia «tiratemi fuori da questo dolore». Poi
Gabriel usa l’espediente del risveglio dal sogno per rigettare
subito Rael nella sequenza surreal-onirica successiva. Il
cammino è lungo e faticoso. Ma The Lamb Lies Down on Broadway
è opera affascinante.
Sintetizzare in poche pagine il percorso generale di questo
straordinario componimento, senza incorrere in un impoverimento del
tessuto narrativo, e relativa banalizzazione dell'opera stessa, è
compito assai difficile, forse impossibile: personalmente ho optato
per lo spazio necessario. La densità dei contenuti di ogni singolo
brano di The Lamb Lies Down on Broadway e della
“sceneggiatura”, che il tutto introduce e commenta passo dopo
passo, si oppone a qualsiasi tentativo di sintesi ragionata.
Sarebbero infatti necessarie pagine per analizzare ogni singolo
testo, pagine per una riga, pagine per una parola; senza contare poi
gli aspetti prettamente musicali, che qui affronterò sommariamente
e solo occasionalmente. Un minimo di quadro generale occorreva però
farlo immediatamente, in previsione di un lavoro sistematico (non
specificatamente mio!). In altre parole, data l'eccezionalità del
«capolavoro», credo che aprire la strada in questa direzione fosse
un atto non solo necessario ma dovuto.
Sono partito da In the Cage per via della visione
chiarissima della «grotta-utero». Ma il percorso alchemico di
rinascita è presente un po’ in tutti i brani cardine
dell’opera. The Carpet Crawlers (1.10) ad esempio.
Sarà sufficiente qui citare il
“chorus” (“ritornello”): « We’ve got to get in
to get out » («dobbiamo entrare per poter uscire»).
Ossia se non torni bambino e ripercorri la tua vita non uscirai
dallo stato di torpore psichico e invecchierai male e prima del
tempo. Qui vale la pena citare nuovamente l’Alice di
Carroll che già avevamo menzionato nella prima parte, She's a
lady, dedicata a Cynthia, al croquet e alle “teste
mozzate” di Nursery Cryme. Alice, dopo essere
sprofondata sotto terra attraverso un lungo «tunnel» (la tana del Bianconiglio),
si ritrova in una stanza «buia» e piena di «porte»; trova una «chiave
d’oro» che apre una minuscola porticina attraverso la quale
intravede un «meraviglioso giardino». Dopo molte peripezie riuscirà
a «rimpicciolirsi» e oltrepassarla. La metafora o allegoria
alchemica è evidentissima: « Poiché non posso raggiungere il
Regno Celeste se non nasco una seconda volta, desidero ritornare in
seno a mia madre, per essere rigenerato » questo è Georg von
Welling, Opus magocabbalisticum et theosophicum, 1719,
citato da Mircea Eliade in Il Mito dell’Alchimia,
che poi aggiunge di suo: « …per ottenere il ringiovanimento o
la longevità è necessario ritornare alle origini e di là
ricominciare la propria vita ».
Ho pescato a caso, per semplicità, dall'agile quanto straordinario
libricino di Mircea Eliade (1907-1986), ma si potrebbero citare
Paracelso e infiniti altri passi da testi alchemici di ogni epoca e
luogo che ribadirebbero la stessa “legge”. Magari in forme più
complesse ed esoteriche ma sempre portatrici della stessa “verità”.
Carroll, dal canto suo, perfettamente inserito nella tradizione
ermetico-occulta inglese, con Alice compie un vero
miracolo, consegnando alla letteratura infantile la chiave per il
“paradiso”: « How she longed to get out of that dark hall,
and wander about among those beds of bright flowers and those cool
fountains… ».
[cuckoo
cocoon - the lamb lies down on broadway - (cinema) - broadway melody
of 1974 - fly on a windshield - the grand parade of lifeless
packaging - rael - (gurdjieff) - back in n.y.c. - ...]
Anche in Cuckoo Cocoon (1.4) abbiamo
un’ambientazione che ci riporta simbolicamente all’utero
materno; qui forse più fantascientificamente ad un “bozzolo”
che replica un utero.
E' la situazione antecedente a quella di In The Cage.
Citiamo dal plot
« ... sembra di essere in una specie di grotta – una strana
tomba, o una catacomba, o in un guscio d'uovo in attesa di essere
liberato dall'ossatura del ventre. Qualunque cosa sia Rael si sente
sereno, [...] quindi perché curarsi cosa tutto significhi ».
In altre parole, è l' illusione di un benessere “non-reale” che
immediatamente dopo scaraventerà il nostro personaggio nell'incubo
di In the Cage. Dicevo che il “bozzolo” ha
connotati fantascientifici. Da notarsi il film del 1985 (posteriore
alla nostra opera ovviamente) di Ron Howard (1954), Cocoon,
dove un gruppo di vecchietti di un ospizio scopre l’elisir di
lunga vita immergendosi in una piscina dove sono collocati
“bozzoli” di provenienza extraterrestre. Ma i “bozzoli” più
famosi sono sicuramente quelli di Don Siegel in L'invasione
degli ultracorpi (Invasion
of the Body Snatchers,
1956). Il cinema come elemento è peraltro presente fin dal
brano d’apertura che dà il nome all’opera stessa, The
Lamb Lies Down on Broadway (1.1): spettatori che tirano
tardi dormendo/sognando durante le proiezioni notturne nelle sale
cinematografiche di New York. Sempre rimanendo in ambito filmico, in
Fly on a Windshield (1.2) c’è una visione
angosciante che ritroviamo, quanto a situazioni, in Steven Spielberg,
La Guerra dei Mondi (2005): il cielo è cupo, una
nuvola minacciosa scende su Time Square e si materializza in un
gigantesco schermo cinematografico; questo avanza inghiottendo tutto
ciò che trova sul suo cammino (pensate anche al notissimo The
Blob del 1958); ciò che viene assorbito dal passaggio dello
schermo ne è poi restituito trasformato nella materia,
“smaterializzato” per la precisione;
la gente non capisce cosa succede e non se ne cura. Rael, al
contrario, fugge. Ma un vento sempre più forte che spinge contrario
alla sua andatura lo immobilizza ricoprendolo completamente della
polvere della strada. Lo schermo avanza inesorabile isolato dopo
isolato. Citiamo direttamente dal plot: « Il momento di
collisione irrompe nel silenzio… » poco più avanti «
…come se il cemento e la malta di Broadway stesse per rivelare
tutto il suo passato nell’ultimo attimo di vita ». – Come
con i passi dell’Apocalisse di Giovanni che abbiamo
analizzato in She's a lady, anche qui siamo in presenza di
immagini-visione che coincidono: la nuvola minacciosa, il meccanismo
distruttore, la polverizzazione dei corpi, la fuga, lo strato di
polvere sui vestiti, sono elementi indiscutibilmente presenti nella
parte iniziale del recente film di Spielberg (non voglio avanzare
ipotesi ma la singolarità della coincidenza farebbe pensare ad un
“prestito”), così come è evidente che le immagini veicolino
poi “messaggi” e/o significati differenti. In Gabriel è come se
il Cinema, lo schermo cinematografico per l’esattezza, diventasse
la porta di accesso all’altra dimensione, la psichico-onirica, o
alchemica nella fattispecie del nostro caso. E' notevole comunque
riscontrare a distanza di decenni il ritorno d'immaginari simbolici
coincidenti legati in vario modo alle “visioni” gabrieliane. Si
pensi ad esempio alla surreale scena iniziale di Schegge di
follia (Heathers/Lethal
Attraction, USA, 1989)
di Michael Lehmann (1957), chiaramente ispirata alla copertina di Nursery
Cryme (1971), così come lo
è in parte la sceneggiatura, incentrata sul tema del “crimine”
come ribellione/liberazione all'interno di un gruppo di liceali.
Forse l'interesse dimostrato da Friedkin per Gabriel, di cui abbiamo
accennato all'inizio, ha lasciato un canale di comunicazione aperto
fra il musicista e il mondo del cinema.
Segue
Broadway Melody of 1974 (1.3). Il brano effettivamente
segue senza soluzione di continuità, creando all'ascoltatore
non pochi problemi di orientamento riguardo all'identificazione del
vero “attacco”. Fly on a Windshield (1.2) porta
infatti 4:22 come durata totale (cfr. Cd), ma a 2:45 fanno il loro
ingresso le liriche di Broadway Melody of 1974 (cfr.
booklet Cd/Lp); queste attaccano dopo uno strumentale che si presume
essere “coda” di Fly on a Windshield (cfr. a 1:19
dei 4:22 totali). In definitiva, stando ai dati ufficiali (cfr.
anche il live “GenesisArchive”
pubblicato nel 1998), Broadway Melody of 1974
(1.3) farebbe riferimento ai soli circa 30 secondi della coda
strumentale che chiude il testo cantato che nel “libretto” porta
lo stesso titolo. Rimandiamo altrove un'analisi più approfondita
della struttura formale e veniamo al testo. Estrapoliamo dal plot
originale alcuni passi di grande interesse (abbastanza estesa la
parte della “sceneggiatura” dedicata a questo momento): « The
large great march past. [...] Martin Luther King cries “Everybody
Sing!” and rings the grand old liberty bell. [...] J.F.K. gives
the O.K. to shoot us, sipping Orange Julius and Lemon Brutus. [...]
Who needs Medicare and the 35c flat rate fare, when Fred Astaire and
Ginger Rogers are dancing through the air?
». In sintesi, un crudo spaccato della società americana e una
critica alla luccicante e sfavillante America/Broadway. E'
sufficiente l'ultimo passo: « Chi ha bisogno della Cassa Mutua e
dell'abbonamento tranviario quando Fred Astaire e Ginger Rogers
stanno danzando nell'aria? », perché la nostra memoria corra
immediatamente all'analogo approccio critico di Wim Wenders e al suo
recente film Land of Plenty (2004). Senza ovviamente
dimenticarci di Aisle of Plenty
(Gabriel/Genesis, Selling England by the Pound, 1973),
dove “aisle/isle” ossia “navata/isola” fa evidente
riferimento all'Inghilterra (Gran Bretagna) come paese
dell'abbondanza, oltre che ad una corsia di ipermercato dove trovi
tutto ciò che vuoi per il tuo “benessere” (cfr. George Romero, Dawn
of the Dead, USA, 1979).
Quindi, come premessa alla metafora alchemica sulla rinascita,
Gabriel ci piazza la critica alla società moderna che tutto annega
nelle luci sfavillanti e nel benessere (Wenders cita a sua volta Las
Vegas come analogo simbolo che “acceca” la percezione della
“realtà” all'uomo americano). E' palese quindi: The Lamb
Lies Down on Broadway, cioè
«l'Agnello si stende su Broadway», proprio per portare un
messaggio di “purificazione” che funga da detonatore per il
cambiamento dell'individuo e della società intera. Nel brano che
segue al dittico Cuckoo Cocoon (1.4) - In the
Cage (1.5), troviamo ancora critica sociale; più
precisamente, critica/denuncia alla massificazione del libero
pensiero, al consumismo, alla corsa al denaro, alla degradazione
dell'essere umano ad automa produttivo. Citiamo (non
consecutivamente) dalle liriche di The Grand Parade of
Lifeless Packaging (1.6), ossia «La grande parata
dell'impacchettamento senza vita»:
« You must be doing well with trade / Stamped, addressed, in odd
fatality / That evens out their personality [...] No bite at all in
labour bondage / Just wrinkled wrappers on human bandage – All
ready to use – I just need a fuse » – « Gli affari
devono andare a gonfie vele / Timbrati, spediti verso un misterioso
destino / Che uniforma la personalità [...] Non c'è schiavitù del
lavoro [...] – Tutti pronti per l'uso – Avevamo giusto bisogno
di un fusibile ».
Ma chi è il Rael di Cuckoo
Cocoon e In
the Cage? « La persona in questione è di materiale
completamente decomponibile, che torna allo stato naturale e si
chiama “Rael”. Rael mi odia, io voglio bene a Rael ».
Questo è quanto si legge all'inizio del plot. Anche qui occorre
interpretare in chiave alchemica/psicanalitica. Il “materiale
decomponibile” (“biodegradabile” nell'originale inglese)
indica la possibilità della «trasmutazione alchemica»
(trasformazione da uno stato all’altro). Ma è la seconda frase ad
essere rivelatrice: «Rael mi odia, io voglio bene a Rael »,
stato essenziale, questo, perché la trasmutazione possa avere
luogo. Chiariamo. Rael, ossia l’inconscio ferito, l’anima
nera, “odia” chi tenta la «trasmutazione», ossia il
cambiamento. In altre parole, è come se il nostro Sé
“malato” rigettasse il medicamento. Quindi è ovvio che il
“medico” (che innanzitutto siamo noi stessi, prima dello
psicanalista) debba amare il “paziente”; nel nostro caso Rael,
la parte di noi stessi malata. Se non ci si ama per quella
“miseria” che ci può capitare di essere (Rael è un
teppista della peggior specie) non c’è medicamento che compierà
la «trasmutazione» dal «piombo all’oro». Quindi Gabriel (noi
stessi) ama Rael, il Sé
ferito e degradato a vita “nera”. Mentre Rael odia
chiunque attenti al suo stato. Proprio perché Rael dovrà
morire “realmente” a livello psichico e metaforicamente a
livello fisico per lasciare spazio all'uomo nuovo e libero.
Ora, da questo punto di vista il parziale anagramma “Real” /
“Rael” è abbastanza evidente; verrà peraltro citato alla fine
dell’opera in it (2.12): « it is Real. it is
Rael » (il minuscolo e maiuscolo sono nell’originale). Ci
troviamo di fronte ad una inversione di lettere che è al contempo
splendida metafora di quel che deve accadere per dar vita alla
trasformazione. Rael non vive in un mondo “reale” (“real”
in inglese): « La vita è reale
solo quando “io sono” ». Questo non solo ci rimanda
al “mondo reale”, ossia alla Real Word,
la futura etichetta discografica fondata da Peter Gabriel negli anni
a venire, ma, innanzitutto, alla filosofia di vita diffusa
all'inizio del secolo XX, nel mondo occidentale, da Georges I.
Gurdjieff (1877-1949) e da un gruppo di allievi prediletti. La terza
serie dei suoi scritti porta infatti il titolo: Life is real
only then, when “I am” (N.Y. 1975); mentre il volume Gurdjieff
parle à ses élèves 1917-1931 porta il titolo «Vedute
sul mondo reale» (« View from the real word »,
London/N.Y., 1973). Questo dice tutto e non dice nulla, nel senso
che non si sta affermando che Peter Gabriel fosse/sia un seguace
degli insegnamenti di Gurdjieff. Sarebbe però paradossale voler
sostenere che non ne abbia mai sentito parlare. Non so se mi spiego.
Ma a Gurdjieff torneremo ancora in chiusura.
Sul
nome “rael” possiamo oltremodo dilungarci. Nel plot viene citato
anche in forma di sigla/ acronimo «R-A-E-L», che lo stesso Rael
scrive sui muri con lo spray per affermare la sua personalità e
ribadire al mondo la sua esistenza: « Forse non significherà
molto per voi, ma per Rael ciò fa parte della normale procedura che
va sotto la definizione di “farsi un nome per sé stesso” ».
In un verso di Back in N.Y.C. (1.7) se ne evidenzia il
probabile nesso con l'espressione “eletctric razor” : « They
call me the trail blazer – Rael – electric razor ». Rende
di più in lingua italiana: «RAsoio ELettrico». Ma ciò che spesso
nel corso degli anni in molti hanno pensato è la possibile
relazione con un altro “rael”, questo di provenienza francese,
per così dire. In particolare le voci tra i fans correvano qualche
anno fa, quando sull'onda delle discussioni in merito alla
clonazione della famosa pecora Dolly (1997), il Mouvement
Raëlien torna prepotentemente
alla ribalta delle cronache (2002)
con l'annuncio della clonazione di «Eve». Ora, lasciando da
parte il cd-rom interattivo pubblicato da Gabriel per la Real
Word, che porta lo stesso nome come acronimo di Evolutionary
Virtual Environment e che
conferma l'interesse gabrieliano per il processo alchemico della
congiunzione uomo/donna all'interno dei “misteri” della Natura,
ciò che sappiamo di certo sui “raeliani” è che si tratta di un
movimento mistico-ufologico il cui padre è Claude Vorilhon “Raël”,
giornalista francese di automobilismo, che nell'autunno del 1974
pubblica un libro intitolato: Le livre qui dit la vérité.
Nel testo si narra del mitico incontro fra Vorilhon e un essere
venuto dallo spazio che gli rivelerà i misteri del cosmo e della
creazione della Terra e dell'uomo. L'appellativo “rael” gli
viene suggerito dal visitatore extraterrestre. L'incontro, stando a
Vorilhon, sarebbe avvenuto il 13 dicembre del 1973. Non siamo in
possesso di dati precisi, ma che nel giugno del 1974 (e forse già
qualche mese prima) Vorilhon partecipasse a trasmissioni televisive
in Francia diffondendo il suo “verbo” ce lo dice lui stesso nel
suo secondo libro del 1975.
I Genesis e Peter Gabriel, dal canto loro, passarono per gli studi
televisivi di Antenne 2 a Parigi nel febbraio del 1974, dove
registrarono un noto filmato, e poi proseguirono con la loro tournée
(pochissime le date francesi) negli Stati Uniti.
Poi a casa a comporre “The Lamb”. Rimarrebbe
quindi da appurare se già nei primissimi mesi del 1974 il
“rael” francese fosse così noto da arrivare all'orecchio di
Gabriel. Problema comunque di secondaria importanza, dato che il
componimento poetico-musicale di Gabriel/Genesis vive di
un'autonomia totalmente indipendente dalla vicenda Vorilhon/Raël.
[back
in n.y.c. - hairless heart - counting out time - carpet crawlers -
the lamb lies down on broadway - the chamber of 32 doors - ...]
Dicevamo del brano Back
in N.Y.C. (1.7) in cui si associa il nome di Rael con
l'espressione “rasoio elettrico”. Il rasoio è infatti lo
strumento della “purificazione”, il “bisturi” che rimuoverà
il “cancro”. Siamo di fronte ad una sorta di autoanalisi (non
c’è figura guida esterna, per il momento) che riconduce Rael al
suo vecchio mondo. Rael è un teppista, imbrattatore di muri,
rapinatore, stupratore all’occorrenza, passato dal riformatorio
alla vita notturna newyorchese (stile A Clockwork Orange
per intenderci, anzi il romanzo/film non può non essere stato in
parte modello). Citiamo dal plot: « …nella mente, Rael inizia
a ricostruire i ricordi della sua vita […] la sua mamma e il suo
papà l’avevano preso in giro mettendolo al mondo, così se n'era
andato molto presto per unirsi alla Banda. »; ora dalle
liriche: « I had to get it out of me, if you know what I mean,
what I mean. / You say I must be crazy, 'cos I don't care who I hit,
who I hit. / But I know it's me that's hittin' out, and I'm not full
of shit / I don't care who I hurt. I don't care who I do wrong.
» – « Dovevo diventare così, se capisci cosa voglio dire. /
Diresti quasi che sono pazzo, perché colpisco chiunque, non
m'importa / Ma sono io quello che le dà e non sono uno stronzo
»
– « Me ne frego a chi faccio male. Me ne frego di
trattar qualcuno ingiustamente. ».
Ancora chiarissima l'impostazione analitico-psicanalitica generale
che traspare dal primo verso: «dovevo diventare così» ; poi
immediatamente ribadita nei successivi: « This is your
mess I'm stuck in, I really don't belong.
» – « Non è colpa mia se sono così, una volta non lo ero
»,
o meglio, commentando il senso dell'originale: « questa è la tua
confusione, il tuo sudiciume, e io ci sono dentro fino al collo; in
realtà tutto questo non mi appartiene ». Infatti non è colpa del Rael
“bambino” se la famiglia e la società l'hanno ridotto a un
teppista/criminale. Ora però Rael è adulto e questo
“sudiciume” deve levarselo/lavarselo di dosso: se non lo farà
la colpa sarà soltanto sua. Ancora dalle liriche: « As I
cuddled the porcupine / He said I had none to blame, but me. / Held
my heart, deep in hair, / Time to shave, shave it off, it off. »
– « Mentre tenevo in braccio il porcospino / Quello mi
disse che la colpa non potevo darla che a me stesso
».
Ed ecco entrare in gioco la
sessualità: « When your fluffy heart is ready for rape. No! /
Off we go » – « Quando hai un cuore peloso adatto alla
violenza carnale. No! / Andiamo fuori » ; sessualità
sufficientemente devastata quella di Rael, quindi improntata
alla violenza e alla distruzione. Gabriel fa immediatamente seguire
al verso un esplicito «No!». Il percorso di trasmutazione è
iniziato. La volontà di cambiare si fa sentire e dice “basta”.
Dal plot traspare chiaramente l'illuminazione che porterà Rael
a intraprendere il percorso di “rinascita”: « …tornando
a casa dopo una rapina, stava stringendo un porcospino addormentato.
Quella notte visualizzò la rimozione del suo cuore peloso e […]
l’osservò mentre veniva rasato da un anonimo rasoio d’acciaio
». Le visioni del “porcospino” e del cuore “peloso” –
ossia “malato” – sono fra le tante «memorabili visioni», per
dirla alla Blake, che costellano i testi dell'artista da sempre. Il
brano Hairless Heart
(1.8) è uno strumentale che riporta tranquillità «ambientale»,
dopo le bordate asimmetriche del 7/8 di Back in N.Y.C.
e il cantato disperato di ques'ultimo: “urlatissimo” sui toni
medio acuti, ai limiti delle possibilità della voce umana in ambito
di timbrica “di gola”; da notarsi il trattamento differente
della voce sull'episodio del “porcospino”. Allo strumentale Hairless
Heart segue Counting
Out Time (1.9), una sorta di «prova/esame» di rapporto
sessuale con una donna. Il brano gioca, con fini critico-sarcastici,
sulle posizioni dell'amore. In altre parole si mette in scena
un'iniziazione sessuale, attraverso le regole di un “kamasutra”
filtrato e banalizzato dai manuali occidentali alla “Play Boy”
(tipo “101 modi per farla godere” per intenderci), elencando
cifre, dall' 1 all' 11, associate a zone erogene del corpo
femminile, nel tentativo di pianificare l'approccio sessuale e
raggiungere l'orgasmo col minor numero di mosse. Citiamo alcuni
versi che evidenziano il tipico e diffuso “rimbambimento”
mediatico intorno alla ricerca del “piacere sessuale”: « Went
to buy a book before it's too late. / [...] I've studied every line,
every page in the book » –
« Ho comprato un libro prima che sia troppo tardi. /
[...] E ho studiato ogni riga, ogni pagina del libro
», questo all'inizio delle liriche, per poi inevitabilmente finire
con: « “Honey get hip! It's time to unzip...” [...]
...reaction none to happy, / Please don't slap me. / [...] ... I got
unexpected distress from my mistress. / I'll get my money back from
the bookstore right away. »
– « “Tesoro su dai! E' ora che ti spogli...” [...] ... la
reazione non è come me l'aspettavo, per favore non schiaffeggiarmi.
/ [...] ... inaspettate difficoltà dalla mia amante, / Chiederò
immediatamente i miei soldi indietro alla libreria. ». E'
peraltro l'unico brano in cui la narrazione si fa decisamente
comica-teatrale, creando un necessario momento di spensieratezza
all'interno dell'opera.
Di
Carpet Crawlers
(1.10) abbiamo già scritto alcune cose precedentemente. Interessante
notare che, musicalmente, in testa alla struttura del brano, “abababab”
(verse/chorus), venga recuperato il “verse” introduttivo che in
passato fungeva appunto da introduzione all'interno della forma
canzone inserita nel musical.
In un certo qual modo, l'operazione risulta come un
“omaggio” a un genere, il musical, che qui si sta
comunque rivisitando anche se in una forma strutturalmente e
poeticamente proiettata oltre.
Questo “verse” è peraltro una rielaborazione del “bridge”
del brano iniziale The Lamb Lies Down on Broadway
(1.1). Ora, quest'ultimo passo, il “bridge”, attacca con le
seguenti liriche: « The lamb seems right out of place. »
– « L'agnello sembra proprio fuori luogo. »; guarda caso,
è lo stesso “agnello” che, simbolicamente traslato in «lana
d'agnello», ritroviamo collocato “al suo posto” nel «verse»
introduttivo di Carpet Crawlers: «
There is a lambswool under my naked feet » – « C'è
lana d'agnello sotto i miei piedi nudi. ». Il testo di Carpet
Crawlers (1.10)
narra di un “viaggio” – il nostro viaggio di «trasmutazione
alchemica» – verso la «luce», verso un’ «aula», verso una
«porta di legno».
Ossia citazioni a non finire: si va dal «vello d’oro» alla «cruna
dell’ago» (quella in cui passerebbe il cammello…), alla «kryptonite»
(evidente critica al mito del superuomo – Superman – in
versione fumettistica americana). Ci sono pure un «uomo sfinge» e
un «frate ubriaco», anche queste evidenti figure allegoriche. Da
notarsi, in particolare, la «porta di legno» come simbolo/metafora
di «porta del cielo» o «porta del paradiso» (viene da pensare a
Stockhausen che sta lavorando su queste stesse immagini e simbologie
all’interno del suo nuovo ciclo KLANG). La partenza
per questo “viaggio” avviene quindi poggiando i piedi nudi su
una “rassicurante” «lana d'agnello», che all'interno della
complessa visione allegorica ideata da Peter Gabriel, che a sua
volta poggia le fondamenta sul simbolo di “purezza” che
notoriamente l'agnello rappresenta, trasferisce un senso di
benessere al viandante Rael.
Ricapitolando, l' “Agnello” si adagia «sul Broadway»:
“sul” come da traduzione di Armando Gallo (op. cit), ossia
proprio sul selciato della strada; in altre parole, l'agnello non si
stende solo “su Broadway” come sinonimo di un mondo
teatrale/musicale dalle sfarzose e costosissime produzioni, che
tendenzialmente pongono in second'ordine i contenuti culturali,
quindi per certi versi da “purificare”, ma proprio sulla strada.
L' “agnello” se ne sta lì, sul selciato di Time Square (ossia
la zona di massima concentrazione dei teatri di Broadway) e come dai
versi del brano omonimo: – sembra proprio non avere nulla a che
fare con quel luogo – ma lo scenario di Broadway, con tutte le sue
magiche luci si riflette nel suo viso. La componente
“sacrificale” lo mette in stretta relazione con il piccolo
animale morto (gatto o che altro?) che intravediamo per un paio di
secondi, “disteso” accanto al marciapiede di una strada, in Easy
Rider, poco prima della scena del trip psichedelico al
cimitero (sc. cit.). Per il resto, di questo “misterioso”
agnello non si capisce granché d'altro.
E non credo ci sia altro da capire. Ciò che conta è che
“discendendo” su Manhattan funge da espediente simbolico per dar
il via alla narrazione, che rimane comunque un percorso di
“purificazione” dell'essere umano alle prese con la propria
psiche e, vista la serie di allegorie, un percorso di
“purificazione” dell'intera società. Eviterei, pertanto,
qualsiasi tentativo forzato di attribuire a questo “agnello”
significati strettamente “religiosi”; anche perché,
l'impostazione generale «occulto-esoterica» dell'opera di Gabriel,
farebbe a pugni con il “credo” di molti ambienti cattolici (cfr.
She's a lady). E' un “agnello” decisamente laico! Questo
va ribadito fermamente. E come abbiamo detto, appare
all'inizio dell'opera, adagiato sul selciato della più famosa via
di Manhattan, per ritornare poi traslato in “lana d'agnello” in Carpet
Crawlers, preparando così il terreno per il percorso di
“rinascita psichica” di Rael: « The wool is soft and
warm, / – gives off some kind of heat. » – « La lana è
soffice e calda, / – emana una specie di calore. ». Dopodiché,
di questo “agnello” si perderanno definitivamente le tracce.
Com'è giusto che sia, data la centralità dell'uomo, del suo Io
e del suo Sé
all'interno dell'opera.
Da Carpet Crawlers
arriviamo quindi a The Chamber of 32 Doors
(1.11). Diciamo subito (senza dimenticarci la stanza buia e piena di
porte dell' Alice di Carroll)
che il numero si inserisce a pieno titolo nella serie di numeri
cabbalistici per eccellenza: “32” sono «le vie della sapienza»
(“misteriose” o “segrete”) attraverso le quali Dio ha creato
il mondo, ossia le dieci «sefiroth» e le “ventidue lettere
elementari”. Questo nel Sefer Yetzirà ossia il
“Libro della Creazione”. E’ fuori discussione l’interesse
specifico di Gabriel per la «mistica ebraica» e le forme o
correnti occulte ed esoteriche ad essa legate (si veda comunque
anche Psicologia e Alchimia (1944) di Jung (che tutto
questo recupera), ma anche il De Occulta Philosophia
(1533) di Agrippa (qui la traduzione italiana porta erroneamente
“saggezza” in luogo di “sapienza” come attributo delle «vie»).
Si noti peraltro un verso di netta impostazione iniziatico-esoterica
che rimanda al “silenzio” ermetico come disciplina di vita: « I'd
rather trust a man who doesn't shout what he's found » ossia «
preferisco fidarmi di chi non grida a tutto il mondo quello che
ha trovato » (va notato che in
molti punti del plot e delle liriche l'impressione
magico-estraniante che se ne ricava è simile a quella che si prova
dalla lettura dei manifesti esoterici rosacrociani e di altre
letture “ermetico-occulte”). Un altro passo fondamentale
(non a caso ripetuto due volte) del presente testo è: « I need
someone to believe in, someone to trust » – « Ho bisogno
di qualcuno cui poter credere, di cui potermi fidare ». Da soli
non ce la si può fare. Gabriel/Rael cerca aiuto e lo troverà
nella “donna”. « I’d give you all my dreams, if you’d
help me / Find a door / That doesn’t lead me back again – Take
me away. » – « Darei tutti i miei sogni, se qualcuno mi
aiutasse / A trovare una porta / Che non mi riporti sempre indietro
/ – Portami via – ».
[lilywhite
lilith - (the waiting room - silent sorrow in empty boats - ravine)
- anyway - here come the supernatural anaesthetist - (peter hammill)
- the lamia - (keats&philostratus) - the colony of slippermen -
(a clockwork orange) - ...]
Quale “donna” aiuterà Rael? Ovviamente quella che nel
corso dei millenni di storia si è tentato in tutti i modi di
distruggere, annullare, castrare, torturare, bruciare. Quindi si
torna alla «donna/volpe», alla “strega” che s'accoppia col
demonio di cui abbiamo ampiamente detto nella prima parte di questo
studio: She's a lady. Questa volta Peter Gabriel
va alla radice. Prende Lilith, il demone femmina babilonese
che l’antica tradizione rabbinica identifica come prima compagna
di Adamo.
Il mito in breve: Lilith non accetta le imposizioni di natura
sessuale del compagno: per l’esattezza non vuole stare sotto
durante l’atto sessuale. Adamo si rifiuta di acconsentire e lei se
ne va sul Mar Rosso a “scopare” (come una “troia” diremmo
oggi, nel senso del legittimo piacere sfrenato) con diavoli di ogni
sorta e specie. Bel mito! – mi si perdoni la “coloritura”
precedente. Lilith diventerà infatti uno dei simboli della
lotta femminista. Le liriche di Gabriel sono stupende (come sempre
peraltro). La musica molto aggressiva, quasi “metal”
(perfetta!). Il titolo, geniale, sfrutta un gioco di parole con il
nome di un futuro e noto produttore,
Steve Lillywhite (1955),
consegnandoci una Lilith “luminosa”: Lilywhite
Lilith (2.1). Solo una citazione dal testo: « Lilywhite
Lilith / She gonna take thru’ the tunnel of night / Lilywhite
Lilith / She gonna lead you right » (« ...
/ Ti guiderà attraverso il tunnel della notte /... / Ti guiderà
nella giusta direzione »).
Rael si muove costantemente in un sottosuolo onirico fra
tunnel, caverne, stanze di attesa – The Waiting Room
(2.2)
– , porte che aprono alla “luce” e altre che rischiano di
riportarlo indietro allo stato di «materia grezza» dal quale sta
tentando con fatica di evolvere. Anyway (2.3). Qui Rael
teme di non farcela. Presagi di morte:« It's back to ash,
“now, you've had your flash boy” / The rocks, in time, compress
/ Your blood to oil, / Your flesh to coal, / Enrich the soil, / Not
everybody’s goal » – «Si ritorna alla cenere, “hai
avuto la tua carne ragazzo” / Le rocce, alla fine, comprimono / il
tuo sangue in petrolio, / la tua carne in carbone / arricchire il
suolo, / non è proprio la meta di tutti ».
Diventare “concime per la terra” è un concetto che
ritorna nella prassi alchemica: carbone nero o diamante puro sono le
due alternative (gli alchimisti ci fanno notare che il diamante è
cristallizzazione del carbonio puro, così come forme “impure”
sono il carbon fossile e “combinate” i petroli). Non ci sono più
dubbi, credo, sulle metafore alchemiche: « Your blood to oil /
Your flesh to coal ».
Rael incontra la Morte.
La fantasia di Gabriel la traveste in una specie di
“acchiappafantasmi” con una grande bombola di aerosol sulle
spalle, con la quale anestetizza il malcapitato: Here comes
the Supernatural Anaesthetist (2.4). L'allegoria postmoderna
è chiara: non sei morto ma “anestetizzato” nei confronti della
vita. George Romero e i suoi zombi fanno capolino? In un certo senso
sì (il film culto di Romero, The Night of the Living Dead,
è del 1968), ma non possiamo non pensare al collega Peter Hammill e
al suo gruppo Van der Graaf Generator, che nel 1969 pubblicano il
loro primo album: The Aerosol Grey Machine. Citiamo
dalle liriche del brano omonimo: « Just one breath, and it's
instant death, / it's The Aerosol Grey Machine! / [...] You're
walking along the road one day, / up comes a man dressed all in grey;
/ he blows a little aerosol in your face / and you find your mind's
all over the place... » . Straordinariamente interessante: si
potrebbero comparare le due poetiche musicali, quella gabrieliana e
quella hammilliana, e dar vita ad un saggio di analisi specifico. Va
infine segnalato che sul finale del precedente strumentale The
Waiting Room (2.2), Peter Gabriel compare come silhouette
dietro allo schermo centrale della scenografia allestita per il tour
di The Lamb Lies Down on Broadway.
L'ombra cinese che intravediamo e che evidentemente rappresenta la
Morte, è dotata di lunghissime dita/artigli, e possiede tratti in
comune con certe figure che ritroviamo nei films di Kenneth Anger
che a sua volta, per le scenografie, si ispira ad alcuni cerimoniali
magici di Aleister Crowley.
Di nuovo la femminilità in azione: il livello della componente
sensuale tocca il vertice in The Lamia (2.5). Ancora
demoni femmina, creature mostruose mezza donna, mezzo serpente,
vampiri notturni che adescano i giovinetti, se li “sbattono” per
poi ucciderli. Questi alcuni dei miti e leggende. Ma in origine il
mito vuole Làmia come una bellissima donna amata da Zeus.
Hera per gelosia le fece morire tutti i figli che il dio le aveva
dato (– lui evidentemente non mosse un dito in difesa
dell'amante). Làmia, disperata, si ritirò a vivere in una
grotta abbrutita dal dolore e dall'invidia per le altre madri che
allevavano i propri figli.
Gabriel rivaluta anche qui il ruolo della figura femminile
demoniaca, purificandola dalle valenze negative appioppatele nel
corso dei secoli. La dolcezza unica e toccante del brano dovrebbe
bastare per farci capire che Rael è in buone mani.
Tre lamia lo accolgono in una grande vasca di acqua profumata alla
rosa: «rose-water» nell'originale. – Si noti che
“rose” in inglese corrisponde al passato di “rise” ossia
“levarsi”, “sorgere”, «risorgere»; in altre parole abbiamo
un'acqua trattata “magicamente”, una vasca ricolma di «acqua di
rose» che è anche «acqua di vita»; o per meglio dire, una sorta
di liquido amniotico di ascendenza alchemica che prepara il corpo
per la trasmutazione dell'anima.
Tutte e tre le creature avvinghiano il suo corpo. Lo leccano. Lo
succhiano. Lo mordicchiano. Ma diversamente dalle leggende, quindi
ancora sfidando i luoghi comuni di ascendenza misogino-maschilista
radicati nel mito, saranno loro a “morire”, dissolvendosi, dopo
che tutte e tre avranno posseduto l’uomo. E' un cerimoniale
d'iniziazione, un rituale di «magia sessuale»: « In un
disperato tentativo di prendere con sé quello che è rimasto di
loro, [Rael] inizia a mangiare i loro corpi lottando poi per
lasciare il nido delle sue innamorate »;
« “Oh Lamia your flesh that remains I will take as my food”.
» – « “Oh Lamia, prenderò la vostra carne in cibo”.
». Ma la castrazione, inflitta da una società conservatrice
e bigotta che ci punisce mettendoci in riga e caricandoci del senso
di colpa per l’atto sessuale trasgressivo, è alle porte.
Il
famoso brano The Colony of Slippermen (2.7), che
ci presenta Peter Gabriel in una delle sue performance più
spettacolari, ossia travestito da “slipperman”, sorta di
mostruoso essere deforme ricoperto da giganteschi bubboni e con i
testicoli gonfiati direttamente in scena, mette in azione anche un
certo Doktor Dyper che successivamente provvederà alla
castrazione di Rael.
Su questo lungo e fondamentale brano dell'opera si sono spesso, a
torto, avanzate critiche negative, indicando nell'insorgere di
situazioni prive di logica consequenziale, una perdita di controllo
creativo-strutturale da parte dell'autore. Nulla di più fuorviante!
L'integrità e la consequenzialità del percorso narrativo sono
strettamente dipendenti dal contesto ideologico all'interno del
quale inseriamo l'episodio precedente. In altre parole, se
attribuiamo alle tre lamia una valenza negativa, allineandoci ad una
corrente critico-conservatrice ostile al concetto di “libertà
sessuale” come valore assoluto (cfr. She's a lady), quanto
segue nel plot e nelle liriche di The
Colony of Slippermen apparirà per lo più privo di
senso e ci darà la persistente sensazione di un'instabilità
“formale” dei contenuti e dei significati dell'opera stessa.
Il nostro “viandante”, Rael, si ritrova nel bel mezzo
di questa folla di esseri deformi e repellenti: « I wandered
lonely as a cloud, / Till I came upon this dirty street. » –
« Vagai da solo come una nuvola, / Finché arrivai su questa
sporca strada. ». I mostriciattoli, Slippermen ( «Amorfi»
),
danno sadicamente il benvenuto a Rael: « “Please join
in.” » – « “Prego,
unisciti a noi.” »; uno di questi si avvicina spiegandogli
che tutti quanti hanno ricevuto le stesse attenzioni e
carezze erotiche delle «lamia»
e che il loro stato mostruoso è il risultato dell’esperienza
sessuale trasgressiva: «
“Don't be alarmed at what you see, / You yourself are just the
same / As what you see in me”
» – « Non allarmarti per quel che vedi, /Tu,
tu stesso diventerai proprio uguale / A quello che vedi in me ».
Rael giustamente inorridisce: « “Me, like you? Like
that!” » – « “Io come
te? Io così!” ». – Si noti lo sbigottimento di Rael
e il senso di non appartenenza al gruppo che egli ci comunica. Rael
infatti non comprende per quale motivo l'esperienza erotica appena
vissuta debba trasformarlo in mostro deforme; in altre parole, Rael
ha già superato un certo numero di “prove” che l'hanno
progressivamente indirizzato verso un percorso di
“purificazione”, mentre qui si ritrova oppresso e insidiato da
una folla di “amorfi”, ossia esseri umani totalmente annullati
nelle loro capacità di manifestare un libero pensiero, che si danno
un gran da fare per sopraffare l'istinto di Rael
che al contrario si sta muovendo nella direzione di un radicale
cambiamento.
Riappare il fratello John intravisto in In the Cage
: anche lui trasformato in “Slipperman”. John ribadisce a
Rael (si veda il plot) i
concetti già espressi dagli Slippermen, facendogli intendere
che le orrende mostruosità sono dovute ad una vita dissoluta
passata a soddisfare ogni genere e specie di piacere sessuale e che
la causa di tutto ciò è l'incontenibile fame di sesso ereditata
dall’incontro con le lamia.
Il testo parla chiaro, quella degli Slippermen è fame
sessuale deviata, malata, perversa, psichicamente
e fisicamente autolesionista: « Each orifice disgracing
» – « Disonorando ogni orifizio ». E’ chiarissima
l’insistenza sul “demone femmina” (cfr. She'a a lady),
nella fattispecie le tre lamia,
come fonte di epidemie di perversità sessuali che gli Slippermen
usano come giustificazione per il loro stato. Noi però sappiamo –
dal finale in particolare – che il “fratello” John non
esiste, è semplicemente una proiezione dell’inconscio di Rael,
o meglio, un'immagine creata da Gabriel per rendere “visibile”
il Sé di Rael che si sta facendo condizionare dal
senso di colpa inflitto dalla società castrante. Occorre infatti
non confondere la figura di Rael, che all'inizio della storia
è il Sé “malato” del narratore, ossia Gabriel, con la
presenza del “fratello” John
che, fin dalla sua apparizione (In The Cage), è il Sé
“inconscio” del personaggio
Rael. Ricordiamo infatti che
all'inizio del plot Gabriel parla in prima persona dicendoci: « ...
ma non riuscirete più a vedermi direttamente – Lui odia la mia
presenza. » (“lui” è Rael).
Da notarsi inoltre che, nella performance live su The
Colony of Slippermen,
Gabriel entra in scena “nascendo”, ossia fuoriuscendo
da un tunnel, nelle vesti di Slipperman. Come a sottolinearci
ulteriormente che è la “repressione sessuale”, la violenza e
gli abusi subiti, a produrre “mostri”: in senso lato li “mette
al mondo” e ne popola la società. Allora arriva il Doktor
Dyper che ti taglia l’affare (“mozza il cazzo!” «dock
the dick!»)
e quasi ti convincono che è la soluzione ideale per guarire la
piaga della sessualità deviata, della sessualità malata che sfoga
i suoi istinti in violenza (cfr. lo “stupro” in Back in N.
Y. C. ).
Qualcosa di analogo al trattamento “ludovico” a cui il governo
inglese sottopone il teppista Alex in
Arancia Meccanica di Kubrick/Burgess (1971/1962). Non
a caso abbiamo già citato il film precedentemente. Se ricordate, in
A Clockwork Orange, il condizionamento fa sì che
quando il soggetto dell'esperimento, Alex, incontrerà una
donna, le sue pulsioni sessuali, ritenute dalla società bigotta
“pericolose per natura”, si trasformino in conati di vomito e
violentissimi crampi all’addome: l’abuso sessuale sarà evitato
e Alex trasformato in “automa inoffensivo”. Gabriel, dal
canto suo, attraverso un'immaginazione surreale che fonda le radici
nella psiche e nella tradizione alchemica, va oltre. Il “mostro”
«Slipperman» è una spettacolare figura allegorica che ci
rende visibile il malessere di chi è turbato nei propri equilibri e
pulsioni sessuali: un essere deforme, in particolare nella zona
genitale e nella testa, ossia “sesso” e “cervello”, che
viene descritto come viscido e repellente. Nel plot, ma anche nelle
liriche, Gabriel ci dice che uno Slipperman dà il benvenuto
a Rael sorridendogli con un labbro che gli casca sul mento e
allungandogli una mano viscida e scivolosa. Letteralmente «Slippermen»
significa «uomini-pantofola». Chiara quindi anche l’allusione
allo stato comatoso di non ribellione, non lotta per la vita. Da
notarsi infine la successiva variante adottata da Gabriel, poco più
avanti nel testo, «Slipperpain», dove “pain”, ossia
“pena”, esplicita definitivamente il malessere psichico che
affligge l'intera «colonia di amorfi».
[the
colony of slippermen - "the raven" - (christian
rosenkreutz) - ravine - the light dies down on broadway - (peter
gabriel) - riding the scree - in the rapids - it - ...]
The
Colony of Slippermen è strutturalmente parecchio
esteso come brano. Si tratta di un pezzo di teatro musicale come già
in passato avevamo visto in Get’em out by Friday (da
Foxtrot), due anni prima, all'interno del quale Peter
Gabriel sostiene più ruoli. Bene, sulla parte finale della
rappresentazione allegorica, un Rael ormai sopraffatto dai
sensi di colpa inflittigli dalla folla di mostri che lo circonda, si
recherà in compagnia del “fratello” John (il suo Sé
“malato” che fin da subito si consegna all'infelice destino
degli Slippermen) dal citato Doktor Dyper per farsi
evirare e risolvere così il problema delle “pulsioni sessuali”
(esattamente come Alex in Arancia Meccanica accetta di
buon grado il Ludovico Treatment illudendosi poi di aver
compreso e guarito il suo male). Entra qui in scena un altro
elemento ricco di simbologie sia letterarie che alchemiche: «The
Raven» ossia «Il Corvo». Il pene mozzato di Rael gli
verrà riconsegnato in un tubo sterilizzato da tenersi al collo, per
eventuali usi futuri a discrezione del dottore: « L'operazione
non esclude la possibilità di uso futuro, per brevi periodi, ma
naturalmente se decideste così dovrete notificarmelo molto tempo
prima » così, splendidamente
nel plot. Come a dire: te lo dico io – cioè la società
castrante – quando puoi o non puoi “scopare”. Le liriche sono
sempre chiarissime, sul tubo c'è scritto: « “Though your
fingers may tickle / You’ll be safe in our pickle” »
– « “Sebbene le tue dita sentiranno solletico / Sarai
al sicuro con noi” » (parziale edulcorazione del significato
originale, si noti infatti la rima con “tickle”, “pickle”,
che significa “salamoia”! – « ... a me piace una buona
rima... » Gabriel in prima persona all'inizio del plot).
Riguardo al «corvo», tralasciamo eventuali riferimenti
all'omonima poesia di Poe perché ci amplierebbe troppo il discorso.
Vediamone il ruolo nel presente brano: « Mentre i fratelli
discutono la loro nuova situazione, un grande corvo nero entra nella
grotta, scende in picchiata, afferra il tubo di Rael con il becco e
se lo porta via ». Questo nel plot di Gabriel per The
Lamb Lies Down on Broadway. Citiamo ora un passo dal più
famoso “manifesto” alchemico della civiltà occidentale, Le
Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz: anno 1459
(attribuito a se stesso da Johann Valentin Andreae, 1616): « …un
corvo nero, ci vide e piombò immediatamente su di noi; non voleva
prendere la mia parte di cibo, ma quella della colomba… rincorsi
il corvo disturbatore per quasi mezzo chilometro, nella direzione
del suo volo finché non riuscii a spaventarlo, salvando così la
colomba. …nella mia inconsapevolezza, avevo imboccato una delle
tre vie e ormai non avrei più potuto allontanarmi da essa… ».
La storia di Christian Rosenkreutz presenta un ulteriore
elemento simbolico: «la colomba»; ma ciò che in primo luogo
risulta fondamentale, è che la funzione dell’uccellaccio nero che
piomba improvvisamente anche su Rael e il suo doppio John
è, in entrambi i racconti, un espediente per determinare una
scelta. La volontà di Rael è più forte di quella del
“fratello” John,
che fuggirà nuovamente, mentre lui inseguirà il corvo per
salvare la sua “colomba”. Citiamo ancora dalle Nozze
Chimiche : « Strada facendo, pensavo in continuazione
alla colomba e al corvo, ma non riuscivo a capire che significato
potessero avere ». Impossibile addentrarci nella simbologia
alchemica del corvo. Il testo di Gabriel è sempre sufficientemente
intellegibile. In sintesi quello che dice John è ormai di
natura perdente, disposto a rinunciare a qualsiasi lotta si
accontenterà del suo stato di mostriciattolo mezzo evirato. Quindi
sparisce di nuovo (nei meandri della psiche di Rael).
Rael raggiunge il corvo (“raven”) sull’orlo di un
precipizio, “ravine”, ossia il brano strumentale che segue
intitolato appunto Ravine
(2.8) – (si noti ancora il consueto gioco verbale: «raven/ravine»):
« Con noncuranza il corvo fa cadere il prezioso carico
nell’acqua impetuosa che scorre giù in fondo ». Mentre Rael
si incammina lungo un tortuoso sentiero che dall’alto del burrone
lo conduce giù al torrente, deciso, costi quel che costi, a
recuperare il suo prezioso «tubo/colomba», ha un'improvvisa
visione del suo mondo precedente, la sua Broadway notturna con tutte
le cose che lo eccitavano: « Rael vede sopra di sé una finestra
[...] e comincia a correre verso la nuova uscita.
» La malinconia struggente della musica di The Light
Dies Down on Broadway (2.9) ci fa intuire che qualcosa sta
finendo. Per Rael è la vita passata che lascerà per una
migliore. Per noi ascoltatori che percepiamo in prima persona lo
struggimento che la musica ci comunica, è principalmente la vita
artistica di Peter Gabriel con i Genesis che sta volgendo al
termine; nonché l'opera stessa, lo spettacolo in senso lato. Il
brano è costruito sulla falsa riga di quello di apertura che porta
il titolo dell'opera The Lamb Lies Down on Broadway,
ma una sapiente rielaborazione del materiale compositivo fa sì che
l'aggressività di questo (il primo, traccia 1.1) sia convertita in
malinconia struggente nel successivo. Così il gioco/assonanza di
parole dei titoli trova una perfetta realizzazione nell'afflato
delle strutture musicali. La tentazione di Rael per la vita
precedente è forte. Ancora Gabriel e i Genesis: in più punti del
brano le liriche appaiono altamente autobiografiche, con preciso
riferimento all'esperienza artistica del cantante col gruppo.
Esperienza per certi versi straordinaria ma che porterà Peter
Gabriel, nel corso dell'ultimo anno, grossomodo dalla composizione
di Selling England by the Pound – estate del 1973
– alla fine del 1974, a meditare profondamente sul suo futuro di
uomo – «uomo libero» – e artista: « – My home. / Is this
the way out from the endless scene? / Or just an entrance to another
dream? » – « –
La mia casa. / E' questa l'uscita da questo palcoscenico sterminato?
/ O è solo l'ingresso a un altro sogno? ».
Il “dilemma” su ciò che Gabriel voglia fare del suo
futuro di artista emerge in maniera inequivocabile, ed è qui
perfettamente incorporato al percorso “iniziatico” di Rael
, figura allegorica che, ora, al suo interno, cela
contemporaneamente l'Io e il Sé dell'artista, ossia
«coscienza» e «totalità della psiche» del creatore. Gabriel
infatti ci comunica un “messaggio di vita”, il percorso «iniziatico-esoterico»
di Rael, ma
al contempo sta percorrendo in prima persona la stessa via; per cui
il livello di interscambio tra vicenda personale e la trama
allegorica dell'opera è profondo.
Improvvisamente Rael
sente un grido d’aiuto provenire dal torrente: « Nello stesso
istante ai suoi orecchi arriva una voce che chiede aiuto. Qualcuno
sta annegando nel fiume di sotto.
» (così nel plot). Ancora dalle liriche del precedente brano: « Within
the raging water, writhes the form / Of brother John, he cries for
help. » – « Fra le acque agitate si contorce il corpo /
Del fratello John che invoca aiuto. ». Poco più avanti: «
The gate is fading now, but open wide. / But John is drowning, I
must decide » – « Il passaggio sta scomparendo, ma è
ancora spalancato / Ma John sta annegando, devo decidere ».
In sostanza Rael (Gabriel)
dovrà decidere se tornare a “Broadway”, (ossia vivere altri
anni di vita artistica con i Genesis), o iniziare una «nuova vita»
(“carriera solista”). Se non fosse per la presenza della figura
simbolica di John, il testo di questo brano apparirebbe
talmente autobiografico da risultare quasi estraneo alla narrazione
di stampo allegorico fin qui analizzata. Al contempo tutto ciò
ribadisce che il personaggio John è, ora più che mai, il Sé
di Gabriel/Rael. In
altre parole, sul concludere dell' «opera alchemica» una sorta di
“identificazione” «Gabriel/Rael», farà da risoluzione
all'iniziale «separazione degli opposti»
(cfr. prime battute del plot, ossia l'invenzione della figura di Rael
come rappresentazione del Sé dell'artista), e si manifesterà
allegoricamente nella «congiunzione degli opposti»: Rael/John.
La «melancolia» (alchemicamente parlando: «stato propedeutico
alla creazione») che la musica emana, prepara l'imminente evento.
Dalle liriche di Riding
the Scree (2.10): « If I want John alive, / I've got to
ditch my fear – take'a dive / While I've still got my drive
to survive » – « Se voglio salvare John, / Devo
mettere da parte la mia paura – buttarmi a tuffo, / finché ho
ancora la forza di sopravvivere » – Si noti lo “scree”
del titolo, ossia “ghiaione”, “pendio pietroso”, e
l'analogia con “screen” ossia “schermo”: ulteriore
“segno” che preannuncia il ritorno di Rael alla «vita
reale», cioè dopo che questi era stato inizialmente
“risucchiato” dallo schermo cinematografico calato su Manhattan,
quindi proiettato nel mondo psichico-sotterraneo dove avrà luogo
l'intero processo di trasmutazione alchemica dell'uomo.
Nelle acque impetuose del torrente («acqua mercuriale turbolenta»),
Rael non scorge più il prezioso “tubo” con il suo
“affare” che il corvo aveva lasciato cadere, ma direttamente il
suo “doppio”, ossia il personaggio che lui identifica come suo
“fratello” John, fuggito per paura nella precedente
scena. Psicanaliticamente parlando, Rael «salva» il suo Sé
che sta «affogando», ossia recupera la parte “malata” del suo Sé
“inconscio”, che fugge per natura, e la “reintegra” al suo Sé
“cosciente”. Il tutto avviene allegoricamente, nel «bagno
alchimistico» come direbbero gli alchimisti, attraverso l'unione
degli opposti psichici Rael/John. Quindi Rael raggiunge
John, In the Rapids (2.11), e dopo una lotta
estenuante con la furia delle rapide riesce a trascinarlo a riva:
qui si accorge che chi sta guardando negli occhi in cerca di una
traccia di vita è sé stesso: « Something’s changed, that’s
not your face. / It’s mine! It’s mine! » – « Qualcosa
è cambiato, quello non è il tuo viso. / E' il mio, è il mio!
». Citiamo ancora dal plot: « Rael non riesce a staccare lo
sguardo da quegli occhi. E' ipnotizzato dalla propria immagine. In
un veloce movimento la sua consapevolezza rimbalza da un viso
all'altro, un movimento che si ripete finché la sua presenza non è
più solidamente contenuta né in un corpo o nell'altro. [...] lo
scenario attorno si scioglie in una “nebbia purpurea”. [...]
anche i loro corpi alla fine si dissolvono nella “nebbia”. ».
Fine della storia? No, veramente ci sarebbe la traccia 12 del
disco 2, « it »: “it” ossia
la «pozione magica» che fa accadere tutto quanto, l’ubriacatura,
la follia creativa, la fantasia, l’inconscio collettivo,
l’immaginario alchemico, la pietra filosofale, la “colomba”,
la sessualità, il soffio divino, l’uovo alchemico, il Sole e la
Luna, l'Uomo e la Donna, la “nebbia purpurea” hendrixiana… Last
not least la famosa rivista underground? Mah... Poco
importa. Il brano è una “coda” che suggella in modo altrimenti
immaginabile l'intera opera. Citiamo dalle liriche:
-
|
When it's
cold, it comes slow
it
is warm, just watch it grow
–
all around me
it
is here. it is now.
Just
a little bit of it can bring you up or
down.
Like
the supper it is cooking in your hometown.
it
is chicken, it is eggs,
it
is in between your legs.
it
is walking on the moon
Leaving
your cocoon.
[...]
it
is purple haze
[...]
When
you eat right thru' it you see everything
alive
it
is inside the spirit, with enough grit
to survive
[...]
it
is Real. it is Rael
[...]
Yes it's
only knock and knowall, but I like it.
(Peter
Gabriel, it 1974)
|
Anche in questo caso, la sola
analisi approfondita di quest'ultimo brano, zeppo di citazioni e
metafore, richiederebbe l'intero capitolo di un libro. Si noti in
particolare la densità di significati celati nel verso conclusivo:
« Yes it's only knock and knowall, but I like it.
». L'espressione fa
riferimento al chorus del notissimo brano che da il titolo
all'album dei Rolling Stones It's Only Rock 'n Roll
(1974): « I said I know it's only rock 'n roll but I like it.
». In Gabriel il “rock” diventa “knock” (“percuotere”,
“battere”, “bussare”), mentre “roll” diventa
“knowall” insieme di “know” (“conoscere”) e “all”
(“tutto”);
ma anche “kno” come contrazione del precedente “knock” e
“wall” (“muro”). Se ne deducono due possibili significati:
l'uno che fa riferimento al desiderio di indagare la nostra psiche
per migliorare noi stessi, “bussare” al nostro inconscio per
sapere tutto di noi; l'altro, che questo “bussare” trova spesso
un “muro” di indifferenza. Evidente la trasposizione del secondo
concetto a livello sociale, dove le masse di “amorfi” tendono a
costruire “muri” impenetrabili di indifferenza. Il presente
concetto di “muro” verrà poi ripreso ed elaborato da Roger
Waters dei Pink Floyd. Forse non siete d'accordo, « But I
like it ».
*
[coda:
«a young lady in a green trouser-suit» (gabriel vs gurdjieff)]
Mi si conceda una coda perché
vorrei tornare alle origini. In altre parole analizziamo rapidamente
uno dei “manifesti” alchemico-esoterici di Peter Gabriel che più
di altri “annuncia” The Lamb Lies Down on Broadway.
Per farlo torniamo al 1973 e più precisamente all'album Genesis
Live (agosto 1973).
All'interno del disco/cd è presente una breve storia surreale –
la “storiella” che tanto incuriosirà William Friedkin (ne
abbiamo parlato all'inizio) – e che è un'evidente
rappresentazione allegorica del processo alchemico di ricerca del
nostro vero “essere”. In breve: una ragazza, vestita di verde,
sta in piedi in un vagone della metropolitana. Inizia uno
spogliarello, lento e metodico, lasciando cadere ordinatamente tutti
i vestiti in terra (si libera quindi del primo strato di
“costrizione sociale” che impedisce la “vita reale”). Poi
inizia ad armeggiare fra le sue gambe (la sessualità come punto
cruciale e via/accesso alla “trasmutazione”). Afferra qualcosa
di metallico (non è chiaro dove e cosa) e partendo dall'apertura
vaginale (deduciamo) comincia ad aprire il suo corpo come se fosse
tenuto serrato da una cerniera lampo (la situazione che ci fa
pensare al “metallo” inserito nel sesso ribadisce l'importanza
della componente sessuale nella trasformazione dell'individuo). Ora
il corpo della donna è completamente separato in due parti uguali
attraverso una linea retta che passa per l'ombelico, su fino al
collo e la fronte. Con una mano la donna inizia ad esplorare
l'interno del suo corpo fino ad arrivare alla sommità della spina
dorsale dove afferra ed estrae una sottile e scintillante bacchetta
d'oro.
Il corpo ormai raggrinzito si affloscia sul pavimento, mentre la
bacchetta d'oro rimane sospesa a mezz'aria (dopo i vestiti, anche il
“vecchio corpo”, ormai inutile, non ha più motivo di esistere).
A questo punto Gabriel inserisce una metafora fondamentale per la
comprensione del tutto: la bacchetta è come un'asta senza bandiera.
Ossia, qualsiasi cosa rappresenti la “bacchetta d'oro”
(probabilmente l'essenza divina dell'essere umano), questa ha
bisogno di un corpo “reale”, fatto di carne e ossa e in grado di
vivere percependo la fisicità della vita. Ma per vivere pienamente
la vita questo corpo dovrà anche essere rinnovato nel suo Sé.
Trasmutato alchemicamente ovvero liberato psichicamente. Tipicamente
politico-gabrieliana, sempre sul finale, l'entrata in scena della
signora di mezza età in abito rosa con barboncino (classica
rappresentazione del perbenismo borghese): che indignata si lamenta
“sonoramente” per lo spettacolo di “spogliazione” totale
della donna (« STOP THIS, IT'S DISGUSTING! » il maiuscolo
è nell'originale). E' chiaro, la protesta non è semplicemente
indirizzata alla nudità fisica che fa scandalo ma all'idea
rivoluzionaria che il cambiamento del singolo individuo possa
cambiare la società intera. Qui rientra in scena Gurdjieff, e non
solo perché le sue teorie filosofiche («La vita è reale solo
quando io sono») sono facilmente riconoscibili nei processi
evolutivi descritti da Gabriel, ma perché un particolare della
storia appena raccontata ci ha fornito una personale “visione”.
In conclusione al racconto si dice infatti che l'abito verde della
donna verrà lasciato su un attaccapanni con il biglietto della
lavanderia appuntato su una manica. Gabriel fa pubblicare (!) il
“talloncino” della lavanderia (o qualcosa di simile), in calce
al suo racconto (lo riportiamo come da originale):
|
NAME . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . .
ADDRESS . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
|
Questa sorta di
“modulo”, che sembra invitarci alla compilazione con i nostri
dati anagrafici, ossia sottoscrivendo una partecipazione attiva al
messaggio occulto celato nello scritto di Gabriel, rimanda per
associazione diretta ai moduli che Gurdjieff volle presenti
all'interno dell'unico libro che pubblicò mentre era ancora in
vita: The herald of coming good; first appeal to
contemporary humanity. Paris, 1933.
(« Il Nunzio del Bene Venturo. Primo appello all'umanità
contemporanea », così nella
recente edizione italiana). Il libricino (90 pagine circa) diffuso
in una modalità molto particolare all'interno della quale i moduli
di cui sopra giocano un ruolo di controllo/diffusione da parte
dell'autore, venne in seguito ritirato dalla circolazione da
Gurdjieff medesimo. The Herald of Coming Good
diventa subito un “mito” – per vari motivi che qui è
impossibile spiegare (non ultima la “magia” esoterica che
l'opuscolo emana e che lo accomuna ai manifesti rosacrociani). Ma
l'essenza del contenuto, che traspare fin dall'introduzione nello
scritto di Gurdjieff, ribadisce esplicitamente che il
messaggio/appello si fonda principalmente sull'evoluzione
“psichica” dell'uomo. L'opuscolo sarà di nuovo disponibile sul
mercato nel 1971 (New York, S. Weiser). Da noi è arrivato solo nel
2003 (Astrolabio/Ubaldini, Roma). Come si dice, meglio tardi che
mai.
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