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Di circa un anno fa la notizia del divieto di caccia alla volpe
in Inghilterra (notizia, di per sé clamorosa, di quelle che fanno
esclamare: «Era ora!»). Di circa un mesetto fa (maggio 2006),
un’altra notizia, assai più clamorosa della precedente: un
gruppetto di artisti rock inglesi capitanato da Eric Clapton, terrà
un concerto a favore della caccia alla volpe per conto della Countryside
Alliance, associazione che sostiene l’attività venatoria in
Inghilterra e che non ha mai accettato il decreto che da circa un
anno impedisce di liberare una muta di cani assetati di sangue
all’inseguimento della povera bestia. In altre parole, se abbiamo
capito bene, l’attuale legge non ne vieterebbe la caccia ma il
massacro. Lo sport del massacro della povera bestiola per essere
espliciti. Il che, per alcuni « Fashionable country gentlemen »
inglesi – immaginiamo molto affezionati al rito – è probabile
risulti anche più insopportabile di un generico “divieto di
caccia”. Comunque sia, Clapton è riuscito a coinvolgere, fra gli
altri, alcuni musicisti di fama mondiale come Bryan Ferry e, udite
udite, Roger Waters e Nick Mason dei Pink Floyd. Roba da non credere
– se non avessimo visto in internet (vedi il sito
dell’associazione citata) il reportage fotografico del concerto
tenutosi il 20 maggio (2006) scorso (Highclere Castle, Hampshire).
Fra questi artisti, ai quali il passare del tempo deve avere
convertito spirito rivoluzionario progressista in conservatorismo
senile, c’è anche un certo Mike Rutherford. Nome sconosciuto al
grande pubblico ma che fin dall’inizio della sua carriera di
chitarrista/bassista ha militato in una delle più grandi rock band
della storia: i Genesis. Sì, il chitarrista/bassista dei Genesis di
Peter Gabriel e anche quello dei Genesis del dopo Gabriel (Phil
Collins, Tony Banks, etc.). E’ un aggravante nel caso suo aver
partecipato alla “missione” di cui sopra? Direi di sì. “Che
volpe!” direbbero dalle mie parti.
Parte prima: Nursery Cryme e Foxtrot (1971-1972/73)
Siamo nell’autunno del lontano 1972. Esce Foxtrot,
terzo album di un gruppo ormai entrato nella storia fin dal
precedente Nursery Cryme (1971). Ci vorranno peraltro
decenni perché il valore di questa band sia compreso e riconosciuto
dalla critica; e ancora oggi più di un critico “tardone” ha dei
dubbi (mentre altri han fatto ammenda pure scusandosi).
Se la memoria delle musiche non vi soccorre, ricorderete di certo le
copertine dei vecchi LP - opere di Paul Whitehead (in mostra a
Torino in questi giorni):
la ragazza con cuffietta di pizzo e mazza da croquet, un certo
numero di teste mozzate disseminate sul prato in luogo delle palle,
il tutto rappresentato in una scenografia onirico-surrealista a metà
strada fra De Chirico e i disegni di John Tenniel per Alice
nel paese delle Meraviglie (Alice non ha a che fare
con “teste mozzate” ma animaletti appallottolati, porcospini,
rischia però di perdere la sua di testa; sempre nel caso non
ricordiate la storia andate a leggere qui: Cap. VIII, The
Queen’s Croquet-Ground, Lewis Carroll naturalmente). Di
certo anche un richiamo alla Salomè di Oscar Wilde
(sesso e teste mozzate, vedremo meglio più avanti). Questo in
sintesi sulla copertina di Nursery Cryme. Mentre nel
successivo Foxtrot, eccoci al dunque: caccia alla
volpe.
Sulla copertina di Foxtrot, ad essere precisi, la
volpe non c’è. O meglio, non c’è l’animale con muso, coda e
zampette. C’è invece un personaggio dalle sembianze femminili che
indossa un lungo vestito rosso con grandi maniche a sbuffo e
presenta una testa di volpe. Abbastanza ordinari, al contrario, i
cavalieri/cacciatori, con la classica divisa a giacchetta rossa,
pantaloni bianchi, stivali e cappellino; al seguito relativa muta di
cani impazienti di fare a pezzi la povera “bestia”. Dal canto
suo, quest’ultima, ossia la «volpe/donna», se ne sta abbastanza
al sicuro su una specie di lastrone di ghiaccio, galleggiante in un
mare alquanto inquieto, poco al largo dalla spiaggia dove la scena
è ambientata. Ora, se sia una volpe con corpo di donna o, al
contrario, una donna con testa di volpe, oppure una donna con
maschera a “testa di volpe” non credo possa essere di alcun
interesse per questo abbozzo di tesi. A voler essere proprio pignoli
si noterebbero delle «mani/zampetta», o artigli umani tipo strega,
il che ci interessa molto; i piedi calzano invece scarpette. Ma è
il corpo che il vestito rosso lascia scoperto, spalle e ampia
scollatura sui seni, ad essere inequivocabilmente femminile. Anzi,
direi decisamente sexy – nel senso che l’immagine vuole attirare
l’occhio dell’osservatore sull’essenza femminile della
misteriosa creatura, solco dei seni e spalle con parte alta del
braccio ampiamente scoperta (un taglio da stilista non c’è
dubbio). La stessa posa delle mani, una sulla coscia e l’altra in
vita con pollice in avanti, sono in un altrettanto inequivocabile
atteggiamento seduttivo e di sfida.
In merito a quest’insolita figura/personaggio è di assoluto
interesse ricordare che Peter Gabriel, per un certo periodo, sì
presenterà al pubblico dei concerti travestito come la figura di «donna/volpe»
(inverto i termini volutamente) appena descritta. Siamo nel
settembre 1972, la prima apparizione è a fine mese, il 28, a
Dublino. Di lì a poco uscirà Foxtrot. C’è un
documento video che ha fissato una di queste curiose performance
pochi mesi dopo la prima: il video fu registrato dalla televisione
francese il 10 gennaio 1973 al Bataclan (Parigi). Purtroppo il
documento è mutilo della prima parte, ma comunque sufficientemente
completo (se ricordo bene manca l’entrata in scena) per rendere
perfettamente l’idea della situazione scenico-gestuale della parte
relativa al travestimento «donna/volpe». Detto travestimento
avveniva sulla parte finale di The Musical Box (primo
brano da Nursery Cryme). Siamo, musicalmente,
all’attacco « She’s a lady, she’s got time », al
termine della seconda sezione strumentale del brano (7:40ca.);
parole che aprono appunto la parte conclusiva del brano e conducono
al noto «finale», “urlatissimo”: « Touch me now, now, now…!
». Va detto che il video di Parigi (così come per i pochi altri
pervenutici spesso per vie non ufficiali) costituisce un documento
eccezionale il cui valore mette in secondo piano qualsiasi
problematica (legale) legata alla diffusione del medesimo.
Le valenze “sessuali” di alcuni aspetti della gestualità mimica
di Gabriel, nella performance teatrale sul finale di The
Musical Box, sono infatti note solamente a chi ha avuto modo
di osservare attentamente questi filmati (solo recentemente alcuni
sono stati resi disponibili sul mercato “ufficiale” ancorché
bootleg);
oppure, ai fortunati che assistettero in condizioni ottimali a una
di queste performance live tra l’autunno del 1971 e l’inizio
dell’anno successivo.
Tematiche concernenti la teatralità di Peter Gabriel sul brano in
questione, sono state peraltro recentemente illustrate da Laura
Leanti, al convegno Composizione e sperimentazione nel rock
britannico 1966-1976, tenutosi a Cremona nell’autunno del 2005.
La relazione della Leanti metteva in luce, in particolare, il
ricorrere di una gestualità mimica “studiata”, atta a
esplicitare parti del testo. In sintesi, aggiungo io, il “gesto”
era organizzato all’interno di una teatralità che operando spesso
a livello simbolico, poteva concedersi il lusso di “dire” cose
che le parole non potevano comunicare altrettanto apertamente.
Questo è il senso dei numerosi travestimenti – maschere in
particolare – e apparati simbolici che via via entreranno a far
parte delle performance dell’artista nei mesi e anni a venire.
Esistono varie foto storiche che documentano la «donna/volpe» (o
“foxhead” o “foxheadmask”); cito quella pubblicata da
Armando Gallo, principale fotografo/biografo del gruppo, nel suo
libro, più volte ristampato, I Know What I Like (cfr.
p.76, performance del 14 ottobre 1972):
la foto ritrae la «donna/volpe», ossia Peter Gabriel, col dito
indice della mano sinistra puntato in basso verso il pubblico, così
come si può vedere nel filmato di Parigi del gennaio successivo: «
She’s a lady ». Subito dopo, nel filmato, vediamo Gabriel
che, con dita tintinnanti (palmo rivolto verso l’alto), mima
l’accarezzamento dei seni di “lei”: «…let me get to know
your flesh » ; e poi, con indice e medio della mano destra, con
lento movimento dal basso, penetrarle il sesso – nel gesto di
Gabriel non si riscontra nulla di volgare, è decisamente raffinato,
sensuale, perfettamente calibrato all’attacco della sezione
conclusiva « I’ve been waiting here for so long ».
Un paio di delucidazioni sul brano The Musical Box.
C’è una “storiella”, pubblicata all’interno del vecchio LP
accanto alle liriche vere e proprie, che funge da preambolo e in cui
si narra di Cynthia – bambina di 9 anni – che giocando
stacca la testa a Henry (8 anni) con la mazza da croquet. Le
liriche in sintesi parlano, anche se non in maniera del tutto
esplicita, della “repressione sessuale” e dell’incapacità di
“lui” ad approcciare “lei” o, se preferite, dell’approccio
sessuale in genere. Sta di fatto però, che nel preambolo
è “lei” a mozzare la testa a “lui”. Descrivendo la
copertina dell’LP avevamo ricordato Alice nel Paese delle
Meraviglie (cap. VIII) come probabile riferimento alle teste
mozzate e al gioco del croquet. Ma il tema “sessuale” ci porta
di diritto a Salomè che desidera voluttuosamente il corpo di
Jokanaan. Mi riferisco al testo di Oscar Wilde ovviamente: «
Lasciami baciare la tua bocca, Jokanaan ». Questo “lui”,
manco a dirlo, attacca con improperi di ogni sorta rivolti a madre e
figlia (spero conosciate la storia perché farò un’ipersintesi):
« Ah! impudica! prostituta! Ah! Figlia di Babilonia… Che il
popolo raccolga le pietre e la lapidi ».
Poi Salomé danza, e come dono promessole dal patrigno Erode Antipa,
la fanciulla (complice la madre) chiederà al disperato ma
lussurioso padre la testa del suo bramato Jokanaan. Finalmente potrà
baciarne le labbra. Il nostro “lui” è molto meno accanito, ma
altrettanto affetto da “misoginia” (« Chi è questa donna
che mi guarda? Io non voglio che mi guardi. Perché mi guarda con
quegli occhi d’oro sotto le ciglia dorate? » questo è sempre
Jokanaan che si rivolge direttamente a Salomè). Quindi, il nostro,
si ritroverà vecchio e ingobbito (da notarsi che questa sarà la
successiva performance/travestimento che prenderà il posto della «donna/volpe»).
« A lifetime’s desires surged through him ». Questo si
legge nella storia/preambolo: si evince chiaramente che i desideri
(repressi) di un’intera vita sono quelli di “lui”. E sono
principalmente di natura sessuale.
Ora, che significato Peter Gabriel avesse in testa (pardon)
inventandosi la maschera a “testa di volpe” e infilandosi un
lungo vestito da donna rosso (appartenete alla moglie Jill), nessuno
sa di preciso; quello che è certo, acclarato direi, è che per il
cantante fosse essenziale fare qualcosa sul palco oltre che cantare;
fare qualcosa di teatrale per coinvolgere anche la vista e
comunicare col pubblico a più livelli. E non solo per destare
spettatori e critica, abbastanza impreparati per accogliere il nuovo
linguaggio progressive – all’interno del quale spesso la musica
fluiva senza che sul palco ci fosse attività fisica sufficiente per
tranquillizzare chi già temeva il rock si fosse trasformato in
qualche surrogato di musica cameristica –, ma anche perché
l’idea di una musica teatrale, l’idea della performance musicale
visiva, l’idea che “il significato” passi attraverso
parole-musica-immagini, per Peter Gabriel è sempre stato
l’obiettivo finale. Basti vedere l’apparato scenico degli ultimi
due tour mondiali Growing Up Tour del 2003 e 2004 e il
precedente Secret World Live Tour del 1994 entrambi
realizzati in collaborazione con il regista canadese Robert Lepage e
largamente documentati in internet e su dvd. Ci sono visioni nel Growing
Up Tour che ci riportano direttamente al mondo
visionario-alchemico del capolavoro realizzato con i Genesis nel
1974: The Lamb Lies Down on Broadway. Di questo però
vedremo i dettagli più avanti.
Ma un significato scenico-teatrale e simbolico da trasmettere al
pubblico, coerente in ogni sua più piccola parte e che sia stato
studiato a tavolino, non esiste – al tempo dei Genesis sarebbe
mancato addirittura il tempo per pianificare qualcosa del genere.
Inoltre va ricordato che una rock band fa un lavoro “di gruppo”
– i Genesis più di molti altri – con tutti gli inconvenienti e
conflitti che possiamo ben immaginare: proprio la teatralità di
Gabriel era spesso recepita (e sopportata) come una spina nel fianco
per il resto della band.
Nonostante questi problemi ci troviamo di fronte ad una selva di
idee originalissime, alcune straordinariamente efficaci, altre
decisamente geniali, che spesso si incastrano l’una nell’altra
creando un complesso reticolo di emozioni e significati che fanno
della musica di Peter Gabriel (con e senza Genesis) qualcosa che è
sempre andato molto al di là della semplice canzone. L’insieme di
questo apparato teatrale visivo-simbolico si comporta in maniera
analoga a quanto in genere succede all’interno delle strutture
testuali delle liriche: i testi di Peter Gabriel, compreso il plot
di The Lamb Lies Down on Broadway, alcuni altri
scritti visionario-allucinati che come la storia di The
Musical Box diventeranno parte integrante della poetica
dell’artista/gruppo, le “chiacchiere” a ruota libera e le
presentazioni durante le performance live, addirittura alcune
dichiarazioni e interviste in cui spesso il cantante continuava (e a
tutt’oggi continua) a “comporre” (anche prendendosi burla
dell’intervistatore), danno luogo a “emozioni” che si
scatenano in relazione ai significati che le singole frasi, a volte
addirittura le singole parole, ci comunicano. Le strutture liriche
sono spesso formate da frasi che non possiedono consequenzialità di
significato l’una con l’altra: sono «macchie di colore» che
nel loro insieme ci comunicano una direzione, questa sì univoca, ma
ovviamente possibile di mille sfumature interpretative. Allo stesso
modo i giochi di parole alla Lewis Carroll, che altro non sono che
gioco “cabbalistico” verbale, sono per lo più intraducibili
letteralmente: solo un commento a margine del verso può tentare di
renderne il significato originale.
E sebbene quest’insieme di significati occulti non siano stati
stabiliti a tavolino, come già detto, seguono un percorso, appunto
emotivo, a volte inconscio, che in un artista è sempre
sufficientemente chiaro e delineato. Altrimenti non saremmo di
fronte a un grande artista. Per estensione, a un grande gruppo rock.
Torniamo alla «donna/volpe». Come studioso di numerologia e
applicazioni matematiche (e matematico-esoteriche) alla musica (si
veda un mio saggio disponibile dal 2002 sul sito www.sectioaurea.com),
anni fa mi sono trovato a tu per tu con una curiosa
“coincidenza” (una delle tante ad essere sincero, solo che
questa mi è stata poi “certificata” da Gabriel medesimo tramite
una vecchia intervista che non conoscevo).
Ecco dunque in breve il fatto: “FOX” (cioè “volpe” in
lingua inglese) corrisponde numericamente, in base al sistema della
«ghematria» (o “gematria”, applicazione di valori numerici
alle lettere di un alfabeto secondo la tradizione della mistica
ebraica: «kabbalah»), al numero “666”. Per uno studioso della
materia che conosca i Genesis è tanto semplice arrivarci quanto
bere un bicchiere d’acqua. In altre parole, la combinazione sta
sotto gli occhi di chiunque compili una tabella come quella che
potete vedere all’index del sito dove state leggendo questa pagina
(cliccate sullo yin-yang rotante in alto a sinistra). La
corrispondenza è evidentissima, anche perché è la sola parola di
senso compiuto che prende forma nell’allineamento verticale, ed è
in corrispondenza con il rispettivo allineamento dei numeri 6, 60,
600 (secondo la numerazione cabbalistico-ghematrica). Inutile
ricordare che 6+60+600 ci darà il già nominato «666».
Ora, il temibile numero dell’Apocalisse di
Giovanni è citato anche all’interno della lunga suite Supper’s
Ready (traccia 6 dell’album Foxtrot):
esattamente sul finale della sezione 6 (il ricorrere frequente di
alcuni numeri piuttosto che altri è sempre in bilico fra la
coincidenza e la scelta deliberata in sede di organizzazione dei
materiali compositivi).
Detta sezione, piuttosto ampia e strutturalmente articolata, è
appunto intitolata Apocalypse in 9/8. Siamo al climax
dell’intera suite: il canto tocca qui note molto acute creando un
fortissimo impatto drammatico. Al passo, del quale analizzeremo
parzialmente le liriche, ci si arriva dopo un lungo solo strumentale
dell’organo Hammond che si struttura per lo più su un metro pari
in 4/4, mentre la pulsazione ritmica portante si articola su un
pedale di Mi grave su metro di 9/8 (da qui il titolo) a
scomposizione interna irregolare (2+2+3+2 o 4+5); il tutto da luogo
ad una sovrapposizione polimetrica ciclica di forza devastante
(ossia gli “8/8” del 4/4 risultano costantemente sfasati di
un’unità rispetto ai 9 del pedale e non potranno che
reincontrarsi al termine del ciclo).
Ne faccio cenno solo per evidenziare la tensione spasmodica che
accumulatasi durante la lunga sezione strumentale si libera poi in
pura energia – una sorta di “deflagrazione cosmica” –
all’attacco della sezione cantata; non certo per
“esibizionismo” metrico (-analitico), che poi è quanto certa
critica superficiale rimproverava al progressive dal punto di vista
“compositivo”. Veniamo al testo: « Six six six is no longer
alone / He’s getting out the marrow in your back bone »
quindi « Gonna’ blow right down inside your soul ».
Questi alcuni versi dall’episodio citato, ossia: « 666 non è
più solo », « Ti toglie la forza dalla spina dorsale
», « Ti arriverà proprio fin dentro l’anima ».
Cosa? Chi? Ha un significato possibile di analisi o sono solo frasi
che sfruttano la simbologia di un numero riconosciuto come
“maledetto” e portatore di sventure apocalittiche?
Citiamo dall’Apocalisse di Giovanni
(17:1-18): « …Vieni qua, ti mostrerò la condanna della
prostituta, quella grande, quella che è seduta su molte acque, con
la quale i re della terra fornicarono e coloro che abitano la terra
s’ubriacarono del vino della sua prostituzione ». Non credo
ci sia bisogno di commento. Focalizziamo l’immagine della «donna/volpe»
di Foxtrot e proseguiamo: « E vidi una donna
seduta su una bestia scarlatta…E la donna era avvolta di porpora e
scarlatto…con un calice d’oro nella sua mano, ripieno di
abominazioni – le impurità della sua prostituzione - ». Il
calice manca nella rappresentazione di Foxtrot,
inoltre, già di per sé l’immagine di Giovanni presenta non poche
problematiche interpretative. La nostra però è una trasposizione
moderna, a metà strada fra surrealismo e psichedelia, tipica del
movimento progressive. Naïf quanto volete ma efficacissima. Benché
cifrata e sufficientemente occulta in alcune componenti simboliche,
tale cioè da non essere immediata nella sua lettura, l’immagine
della «donna/volpe» veicola efficacemente il suo messaggio di
critica contro una diffusa visione misogina della sessualità
femminile. Ancora dall’Apocalisse (17:15-16): « Le
acque che vedesti, dove la prostituta siede, popoli e folle sono e
genti e lingue. E le dieci corna che vedesti e la bestia, costoro
detesteranno la prostituta e la faranno desolata e nuda e mangeranno
le sue carni e la bruceranno nel fuoco. ». L’immagine della
«donna scarlatta» bruciata nel fuoco ci riporta direttamente alla
«caccia alle streghe» occultata nella nostra «caccia alla volpe».
E’ chiaro che nel testo di Giovanni tutto funziona a livello
simbolico e cabbalistico. Per tanto, i nostri significati, quelli di
Foxtrot per intenderci, attingono a quelle stesse
immagini descritte nell’Apocalisse ma non sono
quelli che Giovanni vuole comunicarci. L’autore dell’Apocalisse
ci parla d’altro, e pur rimanendo il suo un messaggio
cosmico-esoterico possibile di infinite collocazioni nello
spazio/tempo, Giovanni in realtà comunica innanzitutto con la gente
del suo tempo e dei suoi luoghi. L’Apocalisse, e in
particolare proprio il capitolo preso in esame, nasconde risvolti
dichiaratamente “politici”, lo stesso Giovanni ci dirà che la
“donna/prostituta” è una città; mentre il “666” è «un
numero d’uomo» (Nerone secondo molti studiosi); questioni di
potere politico tra Roma e Gerusalemme detto in due parole.
Veniamone fuori: Giovanni non è interessato alla «caccia alle
streghe» ma usa immagini simboliche che infieriscono, per così
dire, sull’immagine della donna, già abbastanza vituperata e
schiacciata da un maschilismo misogino che troppo spesso incontriamo
in passi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Un problema
millenario che tra anni sessanta e settanta del Novecento viene
affrontato di petto dal movimento femminista e di liberazione
sessuale. E qui entra in gioco la musica rock col suo potere
creativo-artistico di trasgressione che altre musiche non hanno.
Ecco allora l’identificazione della “donna” con la
“bestia/666”: immagine potentissima come accusa nei confronti di
un pensiero bigotto e misogino che nei secoli ha frequentemente
identificato la sessualità, in particolare femminile, come qualcosa
di legato al “maligno”.
Ricapitolando, sulla copertina dell’album Foxtrot
dei Genesis abbiamo: una scena di caccia alla volpe dove la volpe in
realtà è una donna con un vestito “scarlatto”; la volpe
“fox” rivela il “666” cabbalistico. Inoltre, il sottotitolo
di Apocalypse in 9/8 (vedi sopra) recita: « (co-starring
the delicious talents of gabble ratchet) ». Nel suo libro sulla
magia nera Witchcraft and Demonology Francis X. King
ci dice che i “gabble ratchet” per l’esattezza «gabriel
ratchets» – probabilmente dal medievale “gabares” (cadavere)
e “rache” (cani da caccia) – sono una muta di “cani
infernali”. La leggenda in origine identifica i “cani
infernali” proprio come una muta di cani da caccia alla volpe, e
si tramanda come credenza popolare per molti secoli; talvolta
identificando in “satana” l’unico cavaliere che sempre la
tradizione vuole guidasse nelle solitarie scorribande notturne
invernali i «gabriel ratchets». Ora, non credo sia il caso di
spaccare il capello in quattro per discutere se la muta di “cani
infernali” da caccia stia dalla parte della «donna/volpe» o da
quella dei cacciatori: è evidente che si tratta di «macchia di
colore» e non di un tassello che completa un puzzle. Ma se leggiamo
la corruzione “gabble” in luogo di «gabriel», è forse
perché si voleva attirare l’attenzione sul fatto che i «deliziosi
talenti» (vedi sottotitolo originale) sono quelli del leader del
gruppo Peter Gabriel che partecipa all’esecuzione di Apocalipse
in 9/8 in veste di guest-star. Una sorta di «stregone/mago»
in atto di celebrare il rito di “rovesciamento”, ossia lo
smantellamento-denuncia di significati misogino-reazionari legati a
simbologie millenarie che identificano la sessualità come qualcosa
di “bestiale” quindi da condannare. Il che renderebbe anche più
intellegibili i passi del testo citati: « Six six six is no
longer alone », dove ciò che “non è più solo e sta per
arrivare”, ciò che “ti prosciugherà le forze dalla spina
dorsale” e che “piomberà esplodendo fin dentro la tua anima”
(impossibile rendere la forza dell’originale « Gonna’ blow
right down inside your soul ») non è il «maligno» nella sua
rappresentazione numerologica (“666”), secondo una visione
cristiano-cattolica (infatti questi, caso mai s’impossessa
dell’anima e ti dà una “forza del diavolo”, almeno questa è
la rappresentazione che se ne dà comunemente), bensì una
arditissima metafora che lega la simbologia del “666”,
traducendola, rivelandola per noi, come «impulso sessuale», forza
primordiale quindi “animale”, “bestiale” per così dire, e
troppo spesso identificata – come abbiamo visto sia in Giovanni
che in Wilde, per bocca di Jokanaan – con qualcosa di
lussurioso e immondo, quindi portatore del “male” nel mondo.
Evidenti alcuni aspetti in parte ambigui rintracciabili nel testo e
probabilmente dovuti alla non possibilità da parte di Peter Gabriel
di gestire totalmente la struttura significante testuale ai tempi di
Foxtrot, come invece succederà poi per The Lamb
Lies Down on Broadway. La stessa frase « He’s getting
out the marrow in your back bone » letteralmente «ti sta
estraendo il midollo nella tua spina dorsale» si può intendere
come privazione di “forze” in una accezione negativa, ossia come
incapacità di combattere qualcosa di “malefico” che prende il
sopravvento su di noi (pensiamo alla nostra espressione
“smidollato” ossia senza carattere, privo di volontà). Ma la
stessa frase cambia di significato se pensiamo all’abbandono dei
sensi ad una forza primordiale come quella rappresentata dal vigore
sessuale che fende la carne. Non vorrei essere più esplicito, ma
l’interlocutore di Gabriel è ancora una volta una donna e i
rimandi al testo di The Musical Box sono comunque
chiarissimi sia nella parte iniziale della suite Supper’s
Ready (di cui ricordo stiamo analizzando la sezione 6) che
nel finale (sezione 7).
Mi rendo conto che la faccenda è di estrema complessità: la
“coda” della sezione 6 riprende il tema della sezione 1, ossia
l’approccio sessuale del “lui” e della “lei” (siamo un
grado avanti ormai rispetto alle “frustrazioni” adolescenziali
di The Musical Box). Qui l’uomo conduce decisamente
il gioco: « Hey my baby, don’t you know our love is true
». Mentre all’attacco della sezione 7 l’unione nell’amplesso
produce il fuoco dell’orgasmo: « Can’t you feel our souls
ignite ». Tutto ciò ci fa intravedere la consequenzialità
diretta delle due scene, ossia passiamo dal «666» che “ti
toglie le forze”, all’orgasmo dichiarato con le anime dei due
innamorati che s’incendiano. Non ci può essere, nell’idea
complessiva di Gabriel/Genesis, una simbologia a valenza unilaterale
negativa nel “666”. O meglio, non è che prima arriva il
“maligno” e poi questo viene sconfitto dalle forze del
“bene” per lasciare libere le anime di entrare nella «new
Jerusalem» (cfr. ultimi versi sez. 7). Il “666” è qui
metafora del vigore sessuale maschile, che trapassa la carne
lasciandoti in balia del piacere che ti porterà all’orgasmo
finale. Sia chiaro, Supper’s Ready non è una
“messa nera”, ma piuttosto la consumazione celestiale
dell’atto sessuale nella sua totale libertà di piacere fisico e
estatico.
La possibile valenza negativa del “666”, nel nostro caso, è da
ricondursi alla “scorretta pratica” dell’atto sessuale, ossia
ad una sessualità vissuta in maniera malsana all’interno di una
società castrante e conservatrice di stampo cattolico-reazionario
che, non in grado di gestire la prorompente forza naturale e
cosmica della sessualità, da secoli ne reprime gli aspetti più
vitali additandoli come manifestazioni del “maligno”.
La presenza scenica di Gabriel sull’episodio «Six six six»
è peraltro una delle più misteriose e spettacolari. Solitamente
identificata con «Magog» (la sotto-sezione cantata
precedente il lungo solo strumentale centrale di Apocalypse in
9/8) vede l’artista vestito come un “mago” (forse da
qui il bisticcio d’interpretazione) in pieno rituale «occulto/esoterico».
La figura di Gabriel, completamente ricoperto da un lungo mantello
scuro, ricorda addirittura certe silhouette di antichissime e
misteriose statuette egizie.
Si sa quanto la ritualità magico-esoterica della cultura
occidentale attinga dall’antichità egizia. Gabriel, cosciente di
questo fatto (altre sono le citazioni “egizie”), ci aggiunge di
suo una maschera geometrica altrettanto significativa: un doppio
tetraedro rosso congiunto per i vertici, aperti, in modo tale da
lasciare lo spazio al centro per la testa; il viso si mostra
nell’apertura romboidale che ne deriva
(la somiglianza con l’antichissima statuetta egizia dal viso a
losanga segnalata alla nota 5 è impressionante). Il tetraedro è
recuperato direttamente dal Timeo di Platone (cfr. da
53B a 57B seconda parte del discorso di Timeo). Platone infatti
assegna al tetraedro il primo elemento costitutivo dell’universo:
«fuoco». Quindi, in Apocalypse in 9/8, il passo che
vede la metafora occulta trasferire la sessualità a “primo
elemento” direi che è abbastanza evidente. Il sesso è il motore
dell’universo.
Ma c’è dell’altro. Uno dei quattro cavalli dei “cavalieri
dell’apocalisse” nonché cacciatori di “volpi/streghe”, in
primo piano sul retro di copertina di Foxtrot (gli LP
originali erano apribili a formare un unico quadro di ampie
proporzioni e ben dettagliato, cavalieri e cani sulla sinistra), il
«cavallo rosso» (Apoc. 6:4), o meglio, quello che possiamo
identificare come rosso (i colori bianco a parte sono ambigui,
comunque sia, il primo a destra) ha il membro in vistoso stato di
erezione! Ora, il simbolo fallico è scontato. Se ci volessimo
lanciare in una “esegesi” avventata lo potremmo ricondurre
all’interesse sessuale del «cavaliere/cacciatore» per la «donna/volpe»,
dalla quale è fortemente attratto ma, si badi, senza disdegnare il
conseguente massacro al quale partecipa («caccia alla volpe»).
In altre parole, si è pervasi da un desiderio ossessivo per il
corpo femminile ma al contempo si è castrati da impulsi di
misoginia galoppante. Tombola! Ossia siamo al tema di The
Lamb Lies Down on Broadway. Ovvero il percorso
alchemico-esoterico che porterà il personaggio Rael a
liberarsi dagli impulsi di morte e sopraffazione nei confronti
dell’altro sesso, e di sé stesso in primo luogo: il sesso come
motore dell’universo è una forza cosmica la cui carica se mal
utilizzata diventa altamente distruttiva. Ma ancora su Foxtrot:
il “cavallo bianco” (Apoc. 6:1) è qui presumibilmente
cavalcato da una figura femminile che piange e che si asciuga le
lacrime con un vistoso fazzoletto. Già ci si potrebbe sbizzarrire:
l’immaginario collettivo femminile (il “cavallo bianco” come
simbolo di purezza) che piange la sua simile cacciata e braccata. Ce
n’è veramente abbastanza per una esegesi di stampo biblico. E non
sto scherzando, ci troviamo di fronte ad uno scenario dove simboli e
metafore subiscono ardite riletture finalizzate alla “liberazione
sessuale” e a un sistematico smantellamento di miti misogini e tabù
sessuali. Il cavaliere sul «cavallo rosso», lo possiamo forse
identificare con più sicurezza per via della vistosa “frusta”
che Paul Whitehead (l’autore dei disegni) gli mette nella mano
destra: « E uscì un altro cavallo, rosso fuoco, e a colui che
sedeva su esso gli fu dato di togliere la pace dalla terra – e che
si sgozzino gli uni gli altri – e gli fu data una daga grande
» (Apoc. 6:4). La “daga” è una “spada”, chiaro, ma
nella caccia alla volpe deduciamo si porti la frusta, al limite. Gli
altri cavalieri ne sono comunque sprovvisti. Quindi ritengo sia un
tentativo di perseguire fedelmente, per quanto possibile, il testo
di Giovanni. Quanto al «cavallo bianco», Giovanni scrive: « E
vidi, ed ecco un cavallo bianco, e colui che sedeva su esso aveva un
arco e gli fu data una corona e uscì vincitore e affinché vincesse
ancora ». Di buon auspicio direi. Paul Whitehead, sul
“bianco”, ci fa sedere una figura più esile delle altre;
personalmente, come ho già detto, la identifico con una figura
femminile. E’ fuori discussione che stia piangendo. Ma qui abbiamo
uno scritto dell’autore che va doverosamente citato anche se
complicherà non poco la lettura simbolica del tutto. Scrive
Whitehead:
« Death, who rides the pale horse, is weeping but are the tears
he sheds tears of frustration or grief? ». Una domanda
retorica? Direi di sì. All’interno della quale la confusione fra
i colori dei cavalli sembrerebbe quasi voluta: in Giovanni (Apoc.
6:8), la «Morte» siede sul «cavallo verde», ma essendo nel
nostro caso importante sottolineare la “purezza” della «donna
scarlatta» e di tutta la “messa in scena” finalizzata alla
rivalutazione della sessualità femminile in termini di
“liberazione sessuale”,
il «cavallo bianco» cavalcato da una consimile, partecipante
malgrado suo alla caccia alla volpe, perché è di questo che in
origine si tratta, funge da ulteriore sostegno simbolico nei
confronti della “bestia” femmina ingiustamente braccata e
dell'intera rappresentazione allegorica che il tutto denuncia.
Paul Whitehead, poco prima (op.cit.) ci dice anche qualcosa di
interessante sull’associazione «volpe» / «donna». In sintesi
ci racconta che notò nel linguaggio di un suo amico musicista, di
ritorno dagli Stati Uniti, la presenza della locuzione «foxes»
come appellativo indirizzato alle ragazze. La cosa lo colpì poiché
gli sembrava perfetta come descrizione
di alcune caratteristche della personalità femminile: « …
very apt description for the cunning and sometimes elusive nature of
women ». Per Whitehead potrebbe finire qui, ma l’innesto
della poetica gabrieliana, molto più ricca di componenti
esoteriche, ingigantisce l’occulto affresco magico-surrealista che
ci si para davanti. E non possiamo per estensione non pensare al
brano del 1966/67 di Jimi Hendrix, Foxey Lady : « Foxey!
/ Yeah! / And you know you are a sweet little lover maker ».
Oppure citare, Russ Meyer, regista americano, che dal canto suo in
quegli stessi anni utilizzerà il termine «vixen» (letteralmente
«volpe femmina») per identificare una tipologia di donna
sessualmente ribelle e per certi versi “incontenibile”.
Infine, ricordo che nell’immaginario simbolico a cui attingo
personalmente, una donna dalla chioma “rossa” possiede un
fascino particolare ed è spesso ritenuta sessualmente più attiva
di altre. Un immaginario collettivo che, con tutta probabilità, ci
rimanda al colore rosso come simbolo di focosità.
Debole la tesi fin qui esposta? Forse. Dipende da quanto siamo
disposti a trasgredire all’interno del pensiero comunemente
accettato. In caso contrario non c’è iperdocumentazione che
tenga. Comunque sia, la storia del rock ci consegna almeno
un altro eclatante “caso musicale” all'interno del quale
troviamo la «bestia/666» come simbolo/allegoria di forte carica
sessuale femminile. Lo vediamo fra poco. Prima però citiamo di
volata Aleister Crowley. Lui che si faceva chiamare “666”, che
si firmava con una “A” fallica e si vantava – e non abbiamo
motivi per non credergli – di aver posseduto donne fra le più
focose della suo tempo. Credo sia noto che il nostro “mago” fu
tra gli invitati alla foto di gruppo di Sgt. Pepperr’s
Lonely Hearts Club Band dei Beatles: album cardine fra la
scena “beat” e il nascente “progressive”, pubblicato nel
1967 (tra i personaggi ritratti sulla copertina del disco ricordo
c’è anche Stockhausen). Ma il nome di Crowley rimanda in
particolare ai Led Zeppelin e al chitarrista Jimmy Page, fanatico
collezionista dei cimeli del Crowley. E’ peraltro noto quanto i
Beatles e i Rolling Stones furono portatori del messaggio di
“rivoluzione sessuale” (si dice spesso gli Stones sì mentre i
Beatles no, ma è solo perché la superficialità dell’approccio
alla popular music impedisce al grande pubblico di vedere a
fondo).
Mentre è doveroso rammentare che Charles Manson, era completamente
“perduto” quando lasciò come firma della sua lugubre
“opera” le parole “Helter Skelter” (nota canzone dei Beatles)
scritte col sangue delle vittime in uno dei due allucinanti massacri
di Bel Air (1969) – potrebbe essere “letto” in un passo di Apocalypse
in 9/8 come via “del male”, il “lato oscuro”, che
non produce altro che morte psichica e di conseguenza fisica: « In
blood, he’s writing the lyrics of a brand new tune ». Meno
noto è che nel trattato di “magia sessuale” del Crowley, Magick,
ad un certo punto, fra le citazioni di opere di altri autori da
studiarsi, compaia l’ Alice di Carroll : « prezioso
per quanti comprendono la Cabala » (spero la citazione serva a
sdoganare in parte il pensiero “magico” di Crowley, o meglio
inquadrarlo, e non a tacciare di “satanismo” anche la graziosa
“Alice”). Riguardo ai Led Zeppelin, inutile ricordare quanto si
siano dati da fare in materia di sesso. Come si fa a non citare il
famoso aneddoto del “pescione” usato per sollazzare una groupie,
dal “pelo” fulvo guardacaso, e a detta dei presenti arrapata da
far sfigurare la «donna scarlatta» dell’Apocalisse.
Beh, è solo una delle tante note di costume piccanti. Ma è chiaro
che i ragazzi ci davano dentro sul serio e non ci risulta abbiano
mai ammazzato nessuno.
Sento già il mio lettore, che nel frattempo non se n’è andato
scandalizzato, chiedere ulteriori delucidazioni sulla «donna/volpe»
e il suo rapporto con The Musical Box. Che
apparentemente ci si domandi che c’entri la “testa di volpe”
con il testo del suddetto brano è comprensibile. Se non si fa
l’associazione «bestia/666», nel senso di essere “immondo” e
“lussurioso”, con le infinite connotazioni attribuite da una
cultura misogina di origine patriarcale maschilista, che da qualche
millennio segna pesantemente la nostra cultura, a qualsiasi immagine
di donna portatrice sana della propria sessualità, magari
prorompente, non si può far scattare nessuna molla di ragionamento
ulteriore (da notarsi che sul versante maschile spesso lo stesso «diavolo»
è rappresentato con il fallo in erezione, come a insistere su una
connotazione “maligna” degli attributi sessuali). La simbologia
«Foxtrot/Apocalisse» parla chiaro. Non è una volpe
ad essere cacciata ma una donna ritenuta “immonda” e marchiata
“666”. E’ una sorta di denuncia femminista, un manifesto di
“liberazione sessuale”. La stessa problematica che all’origine
muove la Cynthia di Nursery Cryme, ossia una
bambina (l’inconscio collettivo cova già nell’infanzia), a
decapitare il coetaneo che, per sua incapacità di dar libero sfogo
ai naturali impulsi sessuali (è metafora, quindi pensiamoli più
grandicelli), invecchierà e diventerà sessualmente represso,
quindi affetto da misoginia e potenzialmente pericoloso.
Ora, la seconda performance che mette in scena il “vecchio”,
apparentemente calza a pennello con le liriche del finale in cui
questi chiede disperatamente di essere toccato: « Why don’t
you touch me, touch me ». Senonché immaginiamo “lei” non
essere entusiasta nell’approcciare sessualmente un vecchio
decrepito. Al contrario, la precedente performance che vedeva sullo
stesso punto, il travestimento «donna/volpe», è come se
rovesciasse le parti mettendo “lei”, nel ruolo di chi chiede
disperatamente di essere toccata. Ma lui non lo farà, per timore, e
invecchierà. L’intrico nasce nel preambolo in prosa, dove Cynthia
di 9 anni ha un incontro ravvicinato con il fantasma del bimbo che
ha decapitato e che improvvisamente, dopo essere apparso nelle sue
sembianze normali invecchierà rapidamente, conservando in sé «la
mente di un bambino». Un «vecchio-bambino» che implora di essere
toccato. Credo che letture di tipo psicanalitico più approfondite
potrebbero rivelarci altre possibili e interessanti sfumature
interpretative. Ricordo infine che il nome “cinzia” è
appellativo di Artemide, dea greca della caccia (Diana in epoca
romana). Non certo l’ennesima coincidenza.
Veniamo ora al precedente, ossia l’antecedente caso
“musicale”, sopra citato, di simbologia “sessuale” legata
alla «bestia». Ancora la numerologia in primo piano. Aphrodite’s
Child: 666 (1971/72). Questa volta è il titolo
dell’album (doppio) pubblicato dal gruppo di Vangelis
Papathanassiou (musicista di origine greca conosciutissimo in
seguito come fortunato autore di colonne sonore). L’album si
presenta con copertina rossa con al centro il “666” a grandi
caratteri bianchi su sfondo nero. I testi sono chiaramente ispirati
all’Apocalisse di Giovanni. Qui l’approccio
strutturale generale è decisamente più rock/beat fine anni
sessanta. Non manca quindi il tentativo di una rilettura
hippy-politico-rivoluzionaria del testo di Giovanni. La musica, a
tratti abbastanza modesta, lascia altrove spazio a episodi notevoli,
specialmente in ambito improvvisativo. Il nostro “climax” lo
troviamo infatti in una “libera performance” alla traccia (2.5)
intitolata Infinity (“infinto” notato col simbolo
matematico del numero “8” disteso in orizzontale). Si tratta di
una spettacolare performance orgasmico-vocale (nel senso letterale
dell’espressione) su base ritmica di sole percussioni, ad opera di
una straordinaria Irene Papas. Sì, proprio la notissima attrice
greca. Una vera forza della natura, una vitalità irrefrenabile. Il
testo è costituito da soli tre frammenti, variamente combinati, il
cui significato esoterico appare palesemente chiaro all’ascolto
dell’interpretazione vocale: « I was - I am – (I am) to come
». Ora, anche senza seguire il percorso narrativo-testuale e
poetico-musicale del doppio album degli Aprodithe’s Child, è
evidente che la “bestia” in questione è proprio questa donna
voluttuosa che ansima e rantola alla ricerca di una piena
soddisfazione sessuale. Non c’è ombra di dubbio. Il brano causò
infatti non pochi problemi di censura a Vangelis e compagni. Per
rendere l’idea, sembra che la nostra “signora” non ne abbia
mai abbastanza e che poi qualcuno giochi con lei tenendola in attesa
spasmodica di un orgasmo. Ennesimo forse. Infinity
appunto. Naturalmente il brano venne bollato come blasfemo.
Va ascoltato. L’esperienza innanzitutto.
Sono anni “molto caldi” per dirla in due parole. Viene in
mente un film di Wernon Sewel The Curse of the Crimson Altar
(1969) dove, liberazione sessuale, LSD, magia nera e caccia alle
streghe sono gli ingredienti per un film che, seppur giudicato (a
torto) dalla critica, modesto, lascia intravedere la freschezza e la
libertà dell’approccio alla materia (contrariamente ad alcune
opere del connazionale Terence Fisher, un tantino reazionario).
Lo stesso Kubrick chiuderà la sua mirabile carriera toccando il
tema in Eyes Wide Shut : e non ci riferiamo solo alla
nota orgia rituale nel castello ma, in particolare, ai sogni della
Kidman (principale attrice) e alla scena in cui una misteriosa donna
darà la vita, all’interno di una situazione reale/surreale, per
salvare l’uomo (Cruise nel film). Metafora che ritroveremo in
Gabriel su The Lamia. Se poi qualcuno storce il muso
lo mettiamo al tappeto citando ancora Dreyer (cfr. nota 25), che nei
primi decenni del secolo scorso girava film collocando sempre in
primo piano la denuncia contro la schiavitù e la repressione
sessuale operata dal maschio nei confronti della donna. Il corpo
femminile dotato di intelligenza vitale, il suo sesso come «stargate»
cosmico che dà accesso alla vita. Pensiamo anche a Poe e a tutte le
donne che, al contrario, nei suoi racconti “massacra” nel
disperato tentativo di ritrovare una “purezza” materna
asessuata. L’unica che si “salva”, in un certo senso (anche
lei cioè passando attraverso la consueta morte
“purificatrice”), è Ligeia: donna dai poteri
paranormali, così legata alla vita che tornerà dall’aldilà
reincarnandosi. Se non prendo un abbaglio il film di Corman, La
tomba di Ligeia, (1965) inizia con una scena di caccia alla
volpe.
Certo in quegli anni, a cavallo dei sessanta/settanta, si cercava
di combattere certo perbenismo borghese, certo puritanesimo bigotto,
certa cultura cattolico-reazionaria che vedeva il diavolo in ogni
movenza del corpo umano e che fin dai primi anni cinquanta aveva
decretato il rock come “musica del diavolo”. Prima lo era il
blues nero, “musica del diavolo”. E allora basta, e ben vengano
la «simpatia per il diavolo» dei Rolling Stones e le “orge”
dei Led Zeppelin o, meglio ancora, i messaggi esoterici («massaggi
erotici») di Peter Gabriel in The Lamb Lies Down on Broadway.
Giusta e necessaria evoluzione di un manifesto che, complice l’anguillone
usato per “fottere” (o non si sa bene per fare cosa) la groupie
dei Led Zeppelin, rischiava spesso di apparire un po’
squinternato. Beh, è andato anche peggio. Certa critica
conservatrice, benché di sinistra, non ha mai tollerato il
movimento “progressive”. Non ha mai tollerato che il rock
tentasse una via diversa arricchendosi sia musicalmente che
testualmente. Parlo in particolare della critica “pop” fine
settanta e primi anni ottanta (quella “colta” per lo più
taceva). Abbiamo spesso letto cose tremendamente superficiali in una
generalizzazione di giudizio insopportabile. Il fatto è che troppi
“progressisti” sessantottini si erano presto trasformati in
nuovi conservatori. Mentre i reazionari di vecchia data adottavano i
gruppi progressive cercando di collocarli in antitesi alla poetica
rock più scarna degli anni sessanta; poetica molto più
dichiaratamente “politicizzata”, quindi per loro intollerabile.
E questo successe purtroppo anche fra gli stessi musicisti (anche
qua da noi). Il processo è ancora di estrema attualità. Sembra
proprio un classico, quello di ricadere negli errori dei nostri
padri. Recenti dichiarazioni di Roger Waters (Pink Floyd) lasciano
abbastanza sorpresi («caccia alla volpe» a parte):
nonostante il suo “impegno politico” (passatemi l’espressione)
è come se sotto sotto aleggiasse lo spettro del conservatorismo,
che se ne sta lì acquattato pronto a sferrare il suo micidiale
attacco.
Bene. Chiuderei qui la prima parte di questa mia dissertazione in
forma di appunti, ripromettendomi di affrontare in maniera più
dettagliata e organica, cioè attraverso un’analisi sistematica
delle partiture, i brani citati. Ora passiamo al «gran finale»
della vicenda Genesis/Gabriel, ossia il noto doppio album “The
Lamb”, del quale tracceremo un percorso riallacciandoci
alle tematiche simbolico-esoteriche fin qui affrontate.
***
Parte seconda: The Lamb
Lies Down on Broadway (1974/75)
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